I PIU’ UGUALI E I MENO UGUALI

Mi scuso con i miei ventiquattro lettori se a dispetto del mio totale disinteresse verso la materia torno a parlare del Mondiale di calcio.

Il fatto è che, bighellonando come al mio solito fra i siti dei giornali on-line, sono capitato su questa notizia che “Repubblica mette in grandissima evidenza, con toni epici e drammatici degni della battaglia di Midway: “Nel giorno in cui il Brasile raggiunge la semifinale contro la Germania, perde drammaticamente il suo asso Neymar: frattura di una vertebra contro la Colombia, colpa di una ginocchiata di Zuniga a tempo quasi scaduto.

Il campione, uscito in barella, è stato subito trasportato all’’ospedale dove i medici gli hanno riscontrato il grave infortunio: per lui i Mondiali sono già finiti. Neymar dovrà stare fermo da quattro a sei settimane. Nella notte, centinaia di tifosi si sono recati in pellegrinaggio all’’ospedale e hanno vegliato il fuoriclasse da sotto le finestre, pregando e piangendo”.

Non minore risalto danno alla funesta notizia “La Stampa” e “Il Corriere della Sera”; figurarsi i quotidiani specializzati (che chissà perché si ostinano a definirsi “sportivi” anche se in realtà sono “calcistici”, visto che sono pieni di calcio anche a ferragosto, e a tutti gli altri sport messi insieme dedicano sì e no un quinto del loro spazio).

Ma al di là dei titoloni dei giornali, mi ha colpito leggere di quella veglia di pianto e di preghiera. Per carità, una persona che si fa male sul posto di lavoro ha sempre diritto alla solidarietà, ci mancherebbe altro. È che mi sembra eccessivo, che diamine, che un intero Paese, e non solo quello, cada nella prostrazione più profonda perché un calciatore ha rimediato una frattura dalle parti dell’’osso sacro. A maggior ragione se quel Paese è lo stesso Brasile che, così ci era stato detto, sembrava ne avesse ormai abbastanza del culto del pallone, al punto che si temeva addirittura che disordini e dimostrazioni di piazza potessero turbare il sereno svolgimento del sacro rito del Mondiale.

E invece no: la fede ha avuto la meglio sullo scetticismo e folle di adoranti tifosi della Seleçao hanno gremito gaudiosi gli stadi, con entusiasmo crescente via via che la squadra superava le varie fasi eliminatorie. Ed ora il Divino Mondiale ha anche il suo martire.

Auguro al Sig. Neymair, con tutto il cuore, una perfetta e rapida guarigione. E di sicuro ci sarà, questa guarigione, perché intorno al capezzale del campione si affolleranno i migliori specialisti di ortopedia, chirurgia, medicina generale, cardiologia, psicologia E fisioterapia del Paese, e chissà quanti altri luminari.

Ma sento un fastidioso stridìo che mi impedisce di provare la dovuta empatia per le sofferenze di Neymair. Perché non riesco a non pensare alle altre notizie che giungono dal Brasile: quelle che parlano di tagli all’’assistenza sociale ed ai trasporti pubblici per finanziare le opere faraoniche realizzate per questo Mondiale, per esempio: come lo stadio di Manaus, in mezzo alla foresta amazzonica, che per i tifosi italiani è il sito dell’’unica, inutile vittoria della loro nazionale, mentre per molti brasiliani è un’’inutile cattedrale nel deserto, alla quale già si pronostica un futuro di inutilità e fatiscenza.

E penso anche ai “meninhos de rua”, i bambini di strada sparuti e denutriti che vivono di espedienti, come da noi i gatti randagi, e che come gatti randagi muoiono nell’’indifferenza generale: nessun luminare della medicina si chinerà mai su uno di loro.

E penso alle ragazzine ed ai ragazzini che si prostituiscono, ed agli abitanti delle favelas; e agli indios che giorno dopo giorno, albero dopo albero, si vedono distruggere intorno tutto il loro mondo.

Lo so, lo so: sto scoprendo l’’acqua calda. Lo so che è sempre stato e sempre sarà così, e che lo stridore lacerante fra l’’adorazione del divo ferito e l’’indifferenza verso milioni di poveri disgraziati non risuona solo da oggi, né solo in Brasile.

È che io, al fastidio di quello stridore, proprio non riesco ad abituarmici.

Giuseppe Riccardo Festa

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