RADICI!

Nel letto del Nicà: un gesto semplice che racconta un territorio

...c'era una volta!

Antonio Loiacono

Tra le pietre levigate e i cespugli che trattengono l’inverno, l’acqua si muove lenta, chiara, ostinata. Non ha fretta di arrivare. Conosce la strada da sempre.

Nel suo letto, una donna si china: è Antonella Scalambrino! É stata tra i componenti del gruppo GIS, che negli anni Novanta promosse una significativa svolta culturale e aggregativa a Scala Coeli. Le sue mani affondano nell’acqua fredda, le dita stringono le verdure selvatiche appena raccolte e poste in una cassetta forata. L’acqua le attraversa, porta via la terra in eccesso, lascia intatto il profumo della terra.

Non c’è spettacolo in questo gesto. C’è verità.

«L’acqua del fiume è viva» dice senza alzare lo sguardo. «La verdura qui dentro sembra ringraziare

La sua voce si mescola allo scorrere lieve del Nicà. Parla come chi non deve spiegare nulla, perché tutto è già chiaro nel modo in cui vive.

Perché -chiediamo- “Perché certi gesti non li impari: li erediti -ci dice Antonella- Ti entrano nelle mani prima ancora che nella memoria. Mi piace pensare che, in un tempo che non ho vissuto ma che sento mio, fosse normale scendere al fiume con le coperte piegate sul braccio, il sapone avvolto in un fazzoletto, le parole poche e buone. Era giugno. L’acqua era ancora generosa, fresca ma non ostile. E mia nonna camminava davanti a me con passo sicuro, come se seguisse una strada invisibile tracciata da altre donne prima di lei.

Ricordo il rumore delle lenzuola battute sulle pietre lisce. Un suono secco, ritmico. Non era fatica soltanto, era musica domestica. Intorno, l’odore dell’erba schiacciata dal sole, il respiro lento degli alberi, le cicale che già provavano l’estate. Io stavo lì, con i piedi nell’acqua che mi mordeva le caviglie, e guardavo le sue mani muoversi rapide, esperte, quasi solenni. Non parlava molto. Ma in quel silenzio c’era una lezione intera: la cura, la pazienza, la forza discreta delle donne.

Lavare le coperte al fiume non era solo un bisogno. Era un rito. Un modo di abitare il tempo senza rincorrerlo. Si stendevano poi sui cespugli, sulle corde improvvisate, e il vento le gonfiava come vele bianche. Sembravano partire, e invece restavano. Come noi.

E poi c’era l’acqua. Stare immersa fino alle ginocchia, sentire la corrente che sfiora la pelle, che porta via il caldo, i pensieri inutili, la stanchezza. Intorno solo natura: il profumo selvatico delle ginestre, la terra umida, il cielo largo sopra la testa. Nessun muro. Nessun orologio. Solo il tempo che scorre come il fiume, senza chiedere permesso.

È lì che ho imparato cosa significa libertà. Non quella rumorosa delle grandi parole. Quella semplice: stare bene nel proprio corpo, in mezzo agli elementi. Sentire che appartieni a qualcosa di più vasto e più antico di te.

Forse mi piace tornare con la memoria a quei giorni perché mi ricordano che la felicità non ha bisogno di scenografie. Oggi mi bastano l’acqua che scorre e delle verdure, strappate alla terra, da pulire. Ecco perché.”

Scala Coeli è anche questo: un luogo dove i gesti non si sono dimenticati. Dove il rapporto con la terra non è nostalgia ma continuità. Dove il fiume non è cartolina, ma compagno quotidiano.

Chi arriva fin qui scopre una Calabria che non si esibisce. Si lascia incontrare. Chiede silenzio, attenzione, rispetto. Offre in cambio aria sottile, luce morbida sulle colline, sapori che hanno ancora il tempo dentro.

«La terra ti dà quello che le dai» aggiunge Antonella, sollevando le mani bagnate. «Se la rispetti, ti nutre

E il Nicà continua a scorrere, custode discreto di storie semplici e profonde. Non promette meraviglie rumorose. Promette qualcosa di più raro: autenticità.

Forse è questo che il viaggiatore cerca davvero — un luogo dove l’acqua canta ancora la stessa canzone da generazioni, e qualcuno sa ancora ascoltarla!

 

 

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