■Antonio Loiacono
Cominciamo dalla cosa più importante: i 25 ragazzi colpiti dai malori a Mandatoriccio Mare stanno bene e questo è ciò che conta più di tutto. Vomito, diarrea, dolori addominali e febbre alta avevano fatto scattare l’allarme dopo la giornata trascorsa al mare. Gli accertamenti sanitari sono tuttora necessari per stabilire l’origine dei disturbi.
Il resto viene dopo.
Ma proprio perché la salute viene prima delle polemiche, occorre separare i fatti dalle supposizioni.
Non è stato dimostrato che quei malori siano stati provocati dal mare o dallo scarico del depuratore.
Quello che invece è documentato è che, nello stesso territorio, il sistema della depurazione è finito sotto la lente degli organi di controllo.
E qui comincia una storia che non nasce il 25 agosto 2026.
C’è una data che merita di essere cerchiata in rosso: 30 luglio 2025.
Quel giorno la Provincia di Cosenza, con la Determinazione dirigenziale n. 2025001344, rilascia l’autorizzazione definitiva allo scarico delle acque reflue urbane dell’impianto di depurazione comunale di Mandatoriccio, località Armirò, nel torrente Armirò.
Non è un dettaglio burocratico.
È un atto che fotografa la situazione dell’impianto e stabilisce precise condizioni alle quali lo scarico può avvenire.
L’autorizzazione arriva dopo una storia amministrativa tutt’altro che lineare.
Nel 2023, con determinazione n. 2023001317 del 14 luglio, era stata concessa un’autorizzazione provvisoria.
Il 22 settembre 2023 il Comune aveva comunicato l’apertura dello scarico.
Il 16 ottobre 2023 ARPACAL aveva effettuato un campionamento delle acque reflue.
Il 20 novembre 2023 l’Agenzia aveva trasmesso i rapporti di prova.
Il 24 novembre 2023 il Comune aveva inviato la documentazione alla Provincia: quel campione risultava conforme ai limiti tabellari.
Poi arrivarono altre proroghe: 18 dicembre 2023, determinazione n. 2023002316, e 27 maggio 2024, determinazione n. 2024001086.
Nel frattempo, il 21 giugno 2024, la Regione Calabria aveva rilasciato il provvedimento n. 411378, relativo al nulla osta ai fini idraulici per lo scarico nel torrente Armirò.
Alla fine, il 30 luglio 2025, arriva l’autorizzazione definitiva.
E qui la storia diventa ancora più interessante.
La Provincia non consegna all’impianto una sorta di patente a vita.
L’autorizzazione contiene 22 prescrizioni!
Una, la numero 6, impone un adeguato trattamento di disinfezione delle acque in uscita e stabilisce per Escherichia coli un limite massimo di 5.000 UFC/100 ml.
La numero 9 riguarda invece i guasti: in caso di malfunzionamenti o assenza di energia elettrica capaci di provocare disfunzioni, questi devono essere immediatamente comunicati alla Provincia e ad ARPACAL, indicando tempi necessari per gli interventi e misure adottate per evitare fenomeni di inquinamento.
La prescrizione numero 10 è ancora più eloquente: in presenza di anomalie funzionali deve essere previsto un sistema che consenta il reintegro dei reflui nel processo depurativo, anche temporaneamente, per evitare lo scarico diretto di reflui non adeguatamente trattati.
Insomma: l’autorizzazione definitiva del 2025 non dice semplicemente «scaricate»!
Dice, in sostanza: potete scaricare se rispettate determinate condizioni e se, quando qualcosa non funziona, impedite che il problema diventi un problema ambientale.
E adesso bisogna capire cosa sia accaduto dopo.
Arriviamo all’estate 2026.
Il 17 agosto 2026, il Comune di Mandatoriccio adotta la determinazione n. 280, relativa alle analisi chimiche e batteriologiche delle acque.
L’atto è particolarmente significativo perché riguarda anche l’acqua superficiale alla foce del torrente Armirò.
Il Comune affida allo Studio Tecnico Chimico del dottor Michele Liguori il campionamento e le analisi.
E poi arriva il 25 agosto: ventiquattro ore che trasformano una questione amministrativa e ambientale in una vicenda sanitaria.
Ventiquattro ore nelle quali 25 giovani accusano malori e vengono sottoposti ad accertamenti sanitari.
A quel punto scattano controlli, provvedimenti e verifiche e il depuratore di Armirò entra definitivamente nella cronaca.
Qui bisogna tornare indietro, molto indietro!
Perché il depuratore di Mandatoriccio, località Armirò, aveva già fatto parlare di sé nel 2012.
Quell’anno la Guardia Costiera di Corigliano Calabro, nell’ambito di attività investigative condotte con ARPACAL e Provincia di Cosenza, sottopose a sequestro penale preventivo fanghi di depurazione prodotti dall’impianto comunale di Mandatoriccio in località Armirò.
Le ricostruzioni dell’epoca parlavano di circa 200 metri cubi di fanghi.
Ma l’amministrazione comunale contestò il quantitativo e soprattutto precisò che non era stato sequestrato l’intero depuratore, bensì circa 40 metri cubi di fanghi depositati nelle vasche di essiccazione.
Il sindaco dell’epoca contestò quindi la rappresentazione della vicenda e l’amministrazione sostenne anche l’esistenza di problemi strutturali e funzionali dell’impianto.
Poche settimane dopo arrivò il dissequestro dei fanghi.
Dodici anni dopo, nel 2024, e poi nel 2025, la storia dell’impianto torna dentro atti amministrativi, autorizzazioni e controlli.
E nel 2026 torna sulle prime pagine.
Ma c’è un’altra pista documentale e forse è quella che merita maggiore attenzione.
Il Comune di Mandatoriccio era infatti interessato da un programma di interventi sulla depurazione del valore complessivo di 680 mila euro, comprendente interventi riferiti a Armirò, Torno e Greche.
Non si trattava dunque di un singolo «depuratore da 680 mila euro»: era un programma articolato.
E dentro quel programma c’era anche la realizzazione di un nuovo impianto di depurazione a fanghi attivi da 2.000 abitanti equivalenti in località Greche.
Una società che opera nel settore, Goproject S.r.l., inserisce infatti tra i propri lavori eseguiti proprio:
«Lavori di realizzazione nuovo impianto di depurazione a fanghi attivi 2.000 A.E. in località Greche di Mandatoriccio centro».
Ma la pagina aziendale, da sola, non basta per stabilire quale sia stato esattamente il ruolo della società nell’intero programma da 680 mila euro. Questo deve essere verificato attraverso gli atti di gara e contrattuali.
C’è però un dato preciso.
La ricostruzione del cantiere indica: 19 luglio 2021: consegna dei lavori; 17 agosto 2022: termine previsto per l’ultimazione; 368.496 euro: importo contrattuale, oltre agli oneri di sicurezza.
La Regione Calabria ha successivamente ricondotto il progetto Armirò-Torno-Greche agli interventi con obbligazione giuridicamente vincolante entro il 31 dicembre 2022.
È un passaggio amministrativamente importante, significa che il progetto aveva superato una fase meramente progettuale.
E nel febbraio 2023 arriva un altro documento: la Regione autorizza un’erogazione di 146.769,50 euro al Comune di Mandatoriccio, indicandola come prima anticipazione intermedia per l’intervento.
Quindi quei 680 mila euro non erano soltanto una cifra scritta su un programma.
C’erano risorse movimentate e c’erano lavori collegati al progetto e secondo la documentazione reperita, l’opera non sarebbe stata ultimata.
Se così fosse, la domanda non è ideologica.
È contabile.
Che cosa è stato effettivamente realizzato? Quanto è stato pagato?
Perché un’opera consegnata nel luglio 2021 e destinata a essere completata nell’agosto 2022 non risulta arrivata al traguardo nei tempi previsti?
E soprattutto: quale rapporto c’è tra quell’intervento e l’impianto di Armirò che nel 2026 è tornato al centro dell’emergenza?
C’è poi un’altra determinazione comunale che sembra quasi scritta apposta per aggiungere un capitolo alla storia.
Nel 2026 il Comune deve affidare il servizio di caratterizzazione, trasporto e smaltimento dei residui di vagliatura prodotti presso l’impianto di depurazione di Armirò.
Il provvedimento richiama una nota della società Analiticals Ambiente S.r.l.s. del 28 luglio 2026, nella quale l’impresa sollecita il necessario provvedimento autorizzativo e l’impegno di spesa, richiamando anche la diffida della Guardia Costiera di Cariati Marina e il quantitativo di vaglio rilevato in sede di sequestro.
Non è una prova di inquinamento del mare, é però la prova documentale che, alla fine di luglio 2026, attorno all’impianto esisteva già una situazione che aveva richiesto l’intervento degli organi di controllo e la gestione dei residui presenti nell’impianto.
Il punto geografico è fondamentale: l’autorizzazione provinciale del 30 luglio 2025 individua il torrente Armirò come corpo idrico ricettore dello scarico dell’impianto.
Nel 2026, lo stesso corso d’acqua e la sua foce entrano nella vicenda dei controlli.
E questo porta alla domanda più semplice e più difficile: che cosa arrivava nel torrente Armirò prima che il sistema venisse messo sotto sequestro e sottoposto ai nuovi controlli?
Per rispondere servono i rapporti di prova.
Non opinioni. Non post sui social. Non comunicati politici. Numeri. Date.
Campioni: Escherichia coli, Enterococchi, parametri chimici.
Conformità o non conformità ed eventuali campioni suppletivi.
Il tempismo rende inevitabile un’altra coincidenza: il 26 agosto 2026, proprio mentre Mandatoriccio è alle prese con questa vicenda, ARPACAL partecipa al Meeting di Rimini alla tavola rotonda dedicata alla salvaguardia degli ecosistemi marini.
Il messaggio dell’Agenzia è netto: «Non si può proteggere ciò che non si conosce».
E ARPACAL parla di monitoraggio, condivisione dei dati e conoscenza scientifica come strumenti indispensabili per proteggere il Mediterraneo.
È un principio difficile da contestare, ma applicato al caso Mandatoriccio produce una domanda altrettanto netta: che cosa ci dicono i dati sull’Armirò prima del 25 agosto 2026?
E soprattutto: quando è stato effettuato l’ultimo campionamento prima dei malori?
Questa è la domanda che deve essere posta agli enti competenti.
Perché se i dati c’erano, bisogna leggerli, se erano anomali, bisogna capire cosa è stato fatto.
Se erano regolari, bisogna dirlo altrettanto chiaramente e se mancavano, bisogna spiegare perché.
Il virus resta naturalmente una possibilità.
Così come resta possibile un’origine alimentare o un’altra causa ancora da individuare.
Il nesso tra i malori e la qualità dell’acqua marina non è oggi dimostrato, ma contemporaneamente esistono fatti documentati: 2012: sequestrati fanghi prodotti dall’impianto di Armirò;
14 luglio 2023: autorizzazione provvisoria allo scarico;
16 ottobre 2023: campionamento ARPACAL;
20 novembre 2023: trasmissione dei rapporti di prova;
21 giugno 2024: nulla osta regionale ai fini idraulici;
27 maggio 2024: ulteriore proroga dell’autorizzazione provvisoria;
30 luglio 2025: autorizzazione definitiva allo scarico nel torrente Armirò;
19 luglio 2021: consegna dei lavori del nuovo impianto di Greche;
17 agosto 2022: termine previsto per l’ultimazione del nuovo impianto;
28 luglio 2026: nota di Analiticals Ambiente relativa alla gestione dei residui e richiamo alla diffida della Guardia Costiera e al materiale rilevato in sede di sequestro;
4 agosto 2026: fattura del dottor Liguori per le analisi;
17 agosto 2026: determinazione comunale n. 280 relativa alle analisi chimiche e batteriologiche, compreso il campione alla foce del torrente Armirò;
25 agosto 2026: 25 ragazzi accusano malori dopo una giornata a Mandatoriccio Mare;
26 agosto 2026: ARPACAL parla a Rimini dell’importanza della conoscenza e del monitoraggio del mare.
Ecco la cronologia: non è una sentenza, é una domanda.
La cosa più facile sarebbe scegliere subito un colpevole.
La cosa più seria è invece aprire tutte le carte.
Servono i rapporti di prova del dottor Liguori, servono i campionamenti ARPACAL del 2026.
Servono gli atti relativi al sequestro, serve l’ordinanza di divieto di balneazione.
Servono gli atti della Guardia Costiera, servono il contratto e i SAL del programma da 680 mila euro.
Servono gli atti sull’impianto di Greche.
Serve capire quanto è stato effettivamente realizzato e pagato e serve soprattutto capire se l’impianto di Armirò abbia rispettato, nel 2026, le condizioni imposte dall’autorizzazione definitiva del 30 luglio 2025.
Perché quella autorizzazione non è un pezzo di carta dimenticato in un archivio; é il documento che diceva come doveva funzionare lo scarico.
Dodici mesi dopo, quel depuratore è diventato il centro di una vicenda ambientale che coinvolge un torrente, il mare, un sequestro e 25 ragazzi finiti in ospedale.
Nessuno può oggi dire che sia stato il depuratore a farli ammalare ma nessuno può nemmeno pretendere che le domande finiscano qui.
Perché quando un impianto destinato a proteggere il mare diventa a sua volta oggetto di un provvedimento dell’autorità giudiziaria, la domanda non è più soltanto che cosa è successo il 25 agosto.
La domanda diventa: che cosa è successo prima?
E soprattutto: perché, nonostante autorizzazioni, progetti, finanziamenti, controlli e prescrizioni, nel 2026 siamo ancora qui a parlare del depuratore di Armirò?
Questa risposta, per ora, nelle carte non c’è ancora tutta.
Ed è proprio per questo che bisogna continuare a cercarla!
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