■Antonio Loiacono
Ci sono storie che, quando le racconti, sembrano inventate.
Poi scopri che sono vere.
Questa arriva da Vibo Valentia e ha come protagonista Davide, nato a Monterosso Calabro nel 1951, residente a Vibo Valentia e morto il 9 novembre 2025.
La sua salma era stata trasferita nel cimitero comunale il 23 novembre dello stesso anno. Doveva essere una sistemazione temporanea, in attesa dell’assegnazione di un loculo e della sepoltura.
Ma il temporaneo, questa volta, ha assunto una dimensione decisamente particolare.
Quasi nove mesi.
Davide è stato finalmente accompagnato ai funerali il 21 agosto 2026, giornata nella quale è stato anche proclamato il lutto cittadino.
La storia, dunque, si è conclusa.
Ma proprio perché si è conclusa, adesso possiamo porci la domanda più interessante.
Perché ci è voluto tutto questo tempo?
Dalla ricostruzione contenuta nell’ordinanza contingibile e urgente firmata dalla vicesindaca Loredana Pilegi, la vicenda sarebbe rimasta bloccata per una serie di adempimenti amministrativi non completati.
Il 29 maggio 2026, l’amministratore di sostegno aveva comunicato al Comune la necessità di procedere con gli adempimenti necessari al pagamento delle somme dovute all’impresa funebre e all’Amministrazione per l’assegnazione del loculo.
Ma la situazione non si era sbloccata.
Il 10 luglio, Palazzo Luigi Razza aveva quindi inviato una diffida, concedendo cinque giorni per organizzare la sepoltura.
Anche quella scadenza era passata senza risultato.
Nel frattempo la permanenza prolungata della salma nella camera mortuaria aveva determinato, secondo quanto riportato nell’ordinanza, esalazioni maleodoranti, fino a configurare un “grave pregiudizio per la salubrità pubblica e per il decoro del cimitero”.
A quel punto la questione non era più soltanto una pratica amministrativa rimasta sospesa.
Era diventata un problema di salubrità, decoro e dignità.
L’ordinanza del Comune contiene un elemento che merita attenzione.
In caso di ulteriore inadempienza, infatti, Palazzo Luigi Razza avrebbe proceduto direttamente d’ufficio, anticipando le spese necessarie e recuperandole successivamente nei confronti del soggetto obbligato.
Ed è proprio qui che nasce la domanda.
Non necessariamente un’accusa, non ancora una responsabilità.
Una domanda: se il Comune era nelle condizioni di intervenire direttamente, anticipare le spese e poi rivalersi sul soggetto obbligato, perché questa strada è stata imboccata soltanto dopo mesi di permanenza della salma nella camera mortuaria?
Perché aspettare novembre, dicembre, gennaio, febbraio, marzo, aprile?
Perché arrivare fino a maggio?
Perché attendere luglio e una diffida rimasta senza effetto?
E perché arrivare infine ad agosto, quando la situazione era diventata, secondo lo stesso Comune, anche un problema di salubrità pubblica?
Sono domande che non possono essere liquidate semplicemente con la parola “burocrazia”.
Perché la burocrazia spiega le procedure.
Non sempre spiega i ritardi.
Naturalmente sarebbe scorretto attribuire responsabilità precise senza conoscere integralmente gli atti e tutta la sequenza amministrativa.
Potrebbero esserci state questioni giuridiche, economiche o procedurali che hanno impedito un intervento immediato.
Ed è proprio per questo che sarebbe interessante conoscerle.
Chi doveva fare cosa?
Quale adempimento mancava?
Quando il Comune ha avuto contezza definitiva dell’impasse?
Perché l’intervento diretto non è stato disposto prima?
E soprattutto: quanto tempo avrebbe dovuto trascorrere prima che una situazione del genere diventasse intollerabile?
Sono interrogativi legittimi, soprattutto perché alla fine una soluzione è stata trovata.
Davide è stato sepolto.
Ma il fatto che la soluzione sia arrivata non cancella i nove mesi precedenti.
È forse questo l’aspetto più surreale della vicenda.
La morte di Davide è avvenuta il 9 novembre 2025.
La sua storia terrena si è conclusa quel giorno, ma una parte della sua vicenda amministrativa è continuata per altri nove mesi.
La salma è rimasta nella camera mortuaria.
Sono rimaste sospese procedure, sono rimasti da perfezionare pagamenti.
Sono arrivate comunicazioni, é arrivata una diffida, poi un’ordinanza urgente.
E soltanto alla fine è arrivata la sepoltura.
È quasi una piccola parabola sulla capacità della burocrazia di creare una dimensione temporale tutta sua.
La vita finisce in un giorno. Una pratica può impiegare nove mesi per capirlo.
È questo il punto che non dovrebbe essere dimenticato.
Nei documenti amministrativi si parla necessariamente di loculi, pagamenti, adempimenti, diffide e procedure.
Ma dietro quelle parole c’è stato un uomo.
E dietro quell’uomo c’erano familiari, persone care e una comunità.
La sepoltura non è soltanto l’ultimo adempimento di una pratica burocratica.
È l’ultimo atto attraverso il quale una comunità riconosce dignità a chi non c’è più.
Per questo la domanda sui nove mesi non è soltanto amministrativa.
È anche umana.
Il 21 agosto 2026, finalmente, Davide ha ricevuto il commiato che per mesi era rimasto sospeso. La giornata è stata accompagnata dalla proclamazione del lutto cittadino.
La vicenda, dunque, si è conclusa.
Ma forse sarebbe un errore considerarla semplicemente una storia finita.
Perché una storia può avere una fine e lasciare comunque una domanda aperta.
Quella domanda è semplice: perché il Comune ha aspettato così tanto prima di arrivare alla soluzione?
Non è necessario partire dalla ricerca di un colpevole.
È necessario partire dalla ricerca di una spiegazione.
Perché se c’erano ostacoli che rendevano impossibile intervenire prima, sarebbe utile conoscerli.
Se invece esisteva una strada amministrativa per risolvere la situazione anticipando le spese e recuperandole successivamente, come la stessa ordinanza indica, allora è altrettanto legittimo chiedersi perché quella strada sia stata percorsa soltanto dopo nove mesi.
La sepoltura, alla fine, è arrivata.
La domanda sulla burocrazia, invece, è ancora lì.
E forse merita una risposta.
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