■Antonio Loiacono
C’è una politica che controlla, previene e prova ad arrivare prima. E ce n’è un’altra che sembra avere bisogno delle emergenze per ricordarsi di esistere. Non è una questione di schieramenti. È una questione di metodo, di presenza e, soprattutto, di memoria.
Ci sono problemi che nascono lentamente.
Crescono in silenzio.
Mandano segnali.
Producono atti amministrativi, segnalazioni, proteste, interrogazioni, lavori annunciati, finanziamenti stanziati e talvolta mai completamente trasformati in soluzioni.
Eppure nessuno sembra accorgersene.
Poi, improvvisamente, succede qualcosa.
Un incendio divora ettari di territorio. Una strada diventa impraticabile. Un depuratore finisce sotto osservazione. Un ospedale torna al centro delle cronache. Un torrente esonda. Un servizio pubblico smette definitivamente di funzionare.
Ed ecco che il letargo finisce.
Spuntano dichiarazioni.
Arrivano comunicati.
Si chiedono verifiche.
Si invocano responsabilità.
Si pretende chiarezza.
Si annunciano iniziative.
La politica si è svegliata!
Peccato che, quasi sempre, abbia scelto la sveglia più rumorosa possibile: l’emergenza!
Qui, per comprendere il fenomeno, occorre aprire una parentesi zoologica.
Il Politicus dormiens, specie particolarmente diffusa negli ecosistemi amministrativi italiani, è un animale dall’indole apparentemente tranquilla.
Trascorre lunghi periodi in uno stato di torpore istituzionale.
Non ama essere disturbato.
Soprattutto quando il disturbo comporta la necessità di leggere una relazione tecnica, controllare un documento, fare una domanda scomoda o seguire una questione fino alla sua conclusione.
Il Politicus dormiens è però dotato di una straordinaria capacità di adattamento.
Si risveglia immediatamente quando compare una telecamera.
Il suo metabolismo politico accelera quando una vicenda diventa notizia, quando sui social cominciano a circolare fotografie, quando i cittadini protestano o quando qualche giornale decide di occuparsene.
A quel punto l’animale esce dalla tana, annusa l’aria, individua l’emergenza e produce rapidamente la propria dichiarazione.
Il comportamento è facilmente riconoscibile: espressione preoccupata, richiesta di “chiarezza”, invito alle “autorità competenti” a intervenire, promessa di “non abbassare la guardia” e, nei casi più evoluti, richiesta di accertare “eventuali responsabilità”.
Terminata questa fondamentale funzione biologica, il Politicus dormiens può tornare tranquillamente nel proprio habitat naturale.
Il letargo riprende fino alla prossima emergenza.
Non è destra. Non è sinistra. È politica! Su questo sarebbe bene essere molto chiari.
Non interessa stabilire chi abbia la maglia bianca e chi quella nera.
Non interessa costruire l’ennesimo teatrino nel quale ogni parte politica attribuisce all’altra tutte le colpe del mondo.
Perché il fenomeno è molto più trasversale.
Il letargo politico non ha ideologia.
Può colpire chi governa e chi sta all’opposizione, chi amministra un Comune e chi siede in Regione.
Chi rappresenta una maggioranza e chi si proclama voce critica della minoranza.
Cambiano i nomi, cambiano i simboli, cambiano le dichiarazioni.
Ma il copione, qualche volta, rimane sorprendentemente uguale: prima il silenzio, poi il problema e Infine la dichiarazione indignata.
Il politico meteorologo, é una figura ormai riconoscibile.
Non studia necessariamente le nuvole per capire se arriverà la tempesta.
Aspetta che cominci a piovere! A quel punto apre l’ombrello.
E magari spiega anche ai cittadini perché sarebbe stato opportuno averlo aperto prima.
È una caricatura, naturalmente, ma contiene una verità politica piuttosto seria.
La politica dovrebbe anticipare i problemi, non limitarsi a commentarli quando sono diventati notizia.
Un amministratore serio dovrebbe sapere quali sono i punti fragili del proprio territorio.
Quali infrastrutture hanno bisogno di manutenzione.
Quali servizi stanno mostrando crepe.
Quali opere finanziate devono essere controllate.
Quali situazioni ambientali richiedono attenzione.
Quali segnalazioni dei cittadini meritano una risposta.
Non occorre aspettare il disastro anzi, il valore della politica si misura proprio nella capacità di evitarlo.
C’è poi un altro fenomeno curioso.
Quando esplode un problema, improvvisamente tutti sembrano ricordare che quel problema esiste.
Ma se esisteva prima, qualcuno avrebbe dovuto occuparsene prima.
Ed è qui che nasce la domanda più scomoda.
Non “Chi ha sbagliato?”, almeno non subito, ma “Chi avrebbe dovuto accorgersene?”
È una domanda molto diversa perché obbliga a ricostruire la storia.
A leggere gli atti.
A guardare le date.
A verificare i finanziamenti.
A capire chi aveva competenze e responsabilità.
A scoprire se qualcuno aveva già segnalato il problema.
E soprattutto a stabilire quanto tempo sia trascorso tra il primo campanello d’allarme e l’intervento.
Quello è il tempo della politica.
Ed è spesso il tempo che nessuno racconta.
Anche la vicenda della depurazione nel territorio di Mandatoriccio, esplosa negli ultimi giorni dopo i malori accusati da alcuni ragazzi, offre uno spunto interessante.
Oggi si parla di controlli, depurazione, qualità delle acque e responsabilità.
Ed è giusto.
Ma la domanda più generale rimane: quanto deve diventare grande un problema prima che la politica decida di occuparsene seriamente?
Non è necessario trasformare Mandatoriccio nel centro di questo ragionamento.
È soltanto uno degli esempi di una dinamica che si ripete in molti territori.
Prima il problema è tecnico, poi diventa amministrativo.
Poi diventa sociale, poi diventa giornalistico e soltanto alla fine diventa politico.
Forse bisognerebbe invertire l’ordine.
Il politico dovrebbe arrivare prima della telecamera: questa dovrebbe essere una regola elementare.
Un consigliere comunale dovrebbe fare domande prima che arrivi un giornalista.
Un amministratore dovrebbe controllare prima che arrivi un esposto.
Un rappresentante istituzionale dovrebbe pretendere risposte prima che il problema diventi virale.
Un’opposizione dovrebbe denunciare un’inefficienza quando ancora può contribuire a correggerla, non soltanto quando può utilizzarla come argomento politico.
Perché c’è una differenza enorme tra controllare e commentare.
Il controllo non fa necessariamente rumore.
Il commento, invece, spesso arriva quando il rumore è già assordante.
È una politica curiosa.
Taglia nastri quando tutto va bene.
Si indigna quando qualcosa va male.
E nel mezzo, qualche volta, perde di vista la cosa più importante: la manutenzione quotidiana della comunità.
Una strada non dovrebbe essere controllata soltanto dopo una frana.
Un bosco non dovrebbe essere sorvegliato soltanto dopo un incendio.
Un depuratore non dovrebbe diventare interessante soltanto quando si parla della qualità del mare.
Un ospedale non dovrebbe essere ricordato soltanto quando qualcuno denuncia una carenza.
La prevenzione ha un difetto politico enorme:
non produce quasi mai una fotografia memorabile.
Nessuno inaugura una frana che non è mai avvenuta.
Nessuno taglia il nastro davanti a un incendio evitato.
Nessuno convoca una conferenza stampa perché un depuratore ha funzionato perfettamente per dodici mesi.
E forse è proprio questo il problema.
Dove sono quando nessuno li cerca?
È questa, in fondo, la domanda che dovrebbe accompagnare ogni emergenza.
Non soltanto “Dove sono adesso?” ma “Dove erano quando ancora nessuno li chiamava?”
Dove erano quando bisognava leggere un rapporto?
Quando occorreva verificare un’opera?
Quando un cittadino segnalava una criticità?
Quando un’associazione lanciava un allarme?
Quando un finanziamento doveva essere seguito?
Quando una prescrizione doveva essere rispettata?
Quando un problema era ancora piccolo e risolvibile?
Perché è lì che si misura la qualità della rappresentanza.
Non nel comunicato scritto dopo ma nel lavoro fatto prima.
La politica non deve essere necessariamente rumorosa.
Deve essere vigile.
Non deve aspettare l’applauso.
Deve avere memoria.
Non deve comparire soltanto quando c’è qualcosa da denunciare.
Deve esserci anche quando bisogna controllare, verificare, sollecitare, correggere.
In altre parole, dovrebbe fare quello per cui è stata eletta.
Stare sul territorio, non soltanto nelle campagne elettorali.
E allora forse sarebbe persino utile istituire una nuova unità di misura della politica: il tempo trascorso tra il primo segnale e il risveglio del Politicus dormiens.
Più è breve, meglio è.
Più è lungo, più qualcuno ha dormito bene.
Talmente bene che, quando finalmente si è svegliato, ha trovato già pronta la dichiarazione, acceso il microfono e l’acqua già in fondo al fiume.
Perché il problema, alla fine, non è che la politica si svegli, il problema è che continui ad addormentarsi proprio quando dovrebbe vigilare.
E quando torna a spalancare gli occhi, spesso scopre che l’acqua è già passata sotto i ponti!
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