Il grande talento di Luigi di Maio

Impavida e abituata a tirare dritto, come un certo personaggio del passato al quale qualcuno (per esempio io) la accusa di ispirarsi, l’onorevole Giorgia Meloni ha risposto alle critiche al suo discorso spagnolo in cui, se si esclude l’auspicio del ripristino della condanna a morte e della tortura, c’era tutto il repertorio della più nostalgica e reazionaria delle posizioni politiche, affermando che chi la critica in realtà è invidioso di lei.

Non ho alcun problema a smentire la ragazza madre della politica italiana ed europea, notoriamente schierata, tra le altre cose, in strenua e cristiana difesa della famiglia tradizionale, quella fatta di moglie marito e figli: non provo nei suoi confronti alcuna forma di invidia. Questo sentimento, del quale conosco la bassezza e la miseria morale, mi sono sempre vantato di non provarlo. Ma dopo aver assistito, ieri sera, alla performance del ministro degli Esteri Luigi Di Maio debbo confessare che ora sì: è maturato in me un travolgente, irresistibile e irrefrenabile moto di invidia verso l’ormai ex big dell’ex primo partito italiano, il Movimento 5 Stelle.

È l’uomo di teatro che c’è in me ad aver provocato nel mio spirito un’ondata di piena di questo ben poco commendevole sentimento. Per anni ho studiato i testi sacri, da Stanislavskij a Silvio D’Amico, da Dario Fo ad Andrea Camilleri, fino alle commosse e intense interpretazioni di Alessandra Canali dell’Onda Verde, su Rai Pubblica Utilità,  per impadronirmi del segreto della perfetta recitazione. Dopo tanto studio credevo di aver ormai carpito a questi grandi i loro segreti.

Ma poi ho sentito Luigi di Maio che, senza sbagliare manco un congiuntivo, spiegava all’Italia e al mondo che cos’è la coerenza, che cosa vuol dire essere atlantisti ed europeisti, qual è il lato giusto della Storia. Ed è stato allora che ho capito che mai, mai e poi mai sarei arrivato a così alti livelli di capacità attoriale.

Luigi Di Maio potrebbe dare lezioni all’altro grande Luigi del Teatro, quel Pirandello che, presago, scrisse “Uno, nessuno e centomila”. Come non restare affascinati dalla serietà e dalla convinzione con la quale affermava che bisogna valorizzare il talento e la competenza, che non è vero che “uno vale uno”, che bisogna essere coerenti e che solo in nome della coerenza, dopo un doloroso travaglio interiore, si era deciso a lasciare il Movimento? Affermazioni tutte assolutamente condivisibili, se non fosse che è proprio sul piano della coerenza che si potrebbe sollevare qualche obiezione: in effetti, tutti ricordiamo (o forse tutti dovremmo ricordare) gli esordi di questo grande performer, quando con la stessa fermezza e convinzione (ma forse sbagliando qualche congiuntivo) perorava l’uscita dall’Euro, lodava i gilet jaune francesi, chiedeva la messa in stato d’accusa del presidente Mattarella, lisciava il pelo al “presidente Ping” cinese, tuonava contro i voltagabbana che abbandonavano il Movimento, implorava il vincolo di mandato per i parlamentari, giurava e spergiurava che la politica non deve essere un mestiere.

Ma da quando in qua un attore deve essere coerente? Vittorio Gassman e Salvo Randone erano o non erano bravissimi a recitare a turno nel ruolo di Amleto e di Jago? Al Pacino ha saputo o no essere l’incorruttibile agente Serpico e poi il criminale Scarface? Un attore è tanto più bravo quanto più sa dimostrarsi convinto di quello che dice, anche se oggi dice una cosa e ieri diceva il contrario.

Di questa qualità sublime i nostri personaggi politici si sono dimostrati portatori straordinari, specialmente nel corso di questa legislatura, che ha visto voltare innumerevoli casacche la maggiore quantità delle quali, guarda caso, portavano tutte, in origine, il marchio 5 Stelle; ma nessuno ha saputo raggiungerne i vertici ineffabili come il ministro degli Esteri in carica.

Tacciano dunque le malelingue che sospettano la presenza di meschini calcoli utilitaristici nella folgorazione di Di Maio sulla via del terzo mandato di Montecitorio e alludono al suo presunto amore per le poltrone, per le prebende, le indennità, le auto blu, le scorte, i ricevimenti, le onorificenze. Costoro non capiscono che in realtà è stato un vero, un enorme talento a muovere il Gigino nazionale e a spingerlo a un sì doloroso passo.

Un vero talento da Oscar. Ma che dico da Oscar? Un talento così sublime merita ben altri riconoscimenti che una misera statuetta in similoro. Il talento di Luigi di Maio merita, lo affermo con profonda emozione e convinzione, la candidatura al premio Nobel.

Quale? Ma è ovvio: il Nobel per la faccia di bronzo.

Giuseppe Riccardo Festa.

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