Matteo Renzi, l’estremista di centro.

Matteo Renzi proprio non ce la fa, a stare dietro le quinte, e questo è il limite più evidente alla dimensione di statista che egli ritiene di possedere: in questo – il paragone non suoni blasfemo ai rispettivi estimatori, non è molto diverso da Berlusconi, Di Maio e Salvini, che come lui hanno bisogno della ribalta più di ogni altra cosa, e pur di stare sotto i riflettori sono disposti a tutto.

È fin dal famoso “stai sereno” col quale pugnalò alle spalle Enrico Letta che Matteo Renzi scalpita e freme per imporre le sue visioni e i suoi progetti, al suo partito in primo luogo e poi al Paese; assunse la carica di Presidente del Consiglio, e con le elezioni europee del 2014, che vinse (oggi, in retrospettiva, possiamo dire “purtroppo per lui”), credette di aver la dimostrazione della propria infallibilità: da lì, invece, cominciò la sua china discendente, che vide il PD imporre le dimissioni al sindaco Marino a Roma e consegnare la città ai grillini, insieme a Torino, poi la débacle del referendum sulle riforme costituzionali seguita da una serie di sconfitte elettorali un po’ dappertutto, la fuoriuscita dal partito di esponenti di altissimo rilievo, con conseguente perdita dell’elettorato più rivolto a sinistra, e infine il crollo dello scorso 4 marzo, che lo ha costretto a dimettersi da segretario.

Ma Renzi non demorde. Se avesse più capacità strategiche e una più ampia visione prospettica, lavorerebbe per pilotare il partito senza darlo a vedere, visto che ha comunque dalla sua parte la maggioranza degli eletti in parlamento del PD e lo sa; ma è il protagonismo a determinare le sue mosse. La sua apparizione a “Che tempo che fa” di domenica scorsa non è concettualmente molto diversa dal siparietto che Berlusconi ha recitato al Quirinale mentre Salvini enunciava i punti programmatici del centro-destra: sia l’uno che l’altro dicevano, prima di tutto agli esponenti delle rispettive forze politiche, che anche se formalmente i capi sono altri, a comandare, in realtà, sono loro.

È difficile dire se se ne renda conto, ma Renzi sta giocando col fuoco. La sua mossa ha dimostrato quanto disprezzi gli attuali organi dirigenti del PD e provocherà di sicuro una feroce resa dei conti che non esclude una nuova scissione, con la definitiva rottura fra lui e i sopravvissuti della minoranza interna. Nascerà il partito di Renzi, forse, che perderà certamente il voto di chi finora si è ostinato a pensare che nel PD ci fosse ancora qualcosa di sinistra, ma potrebbe richiamare i centristi delusi e stanchi del berlusconismo, ormai ridotto ad essere una propaggine sbiadita e priva di smalto della Lega salviniana; ma non riuscirà certo a conquistare una forza elettorale sufficiente a soddisfare le smanie di protagonismo del suo leader, che così continuerà a perdere ma lo farà con la consueta baldanza e sicurezza di sé, come succede a tutti i portatori di verità che si ostinano a non confrontarla, quella verità, con la realtà dei fatti.

Intanto gli elettori si presentano con sempre meno entusiasmo alle urne. Chi l’altro ieri sembrava trionfare ieri arrancava, vedi risultato del voto in Friuli Venezia Giulia, e anche chi trionfa oggi farà bene a stare sul chi vive: niente è così effimero, di questi tempi, quanto il successo elettorale perché, un po’ per talento naturale, un po’ per discutibile merito dei vari capi e capetti di partito, gli italiani di idee, in campo politiche, ne hanno decisamente poche.

E quelle poche, se non sono furibonde e irrazionali, sono quanto mai volatili e confuse.

Giuseppe Riccardo Festa

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