La sedia di Zio Alfonso

A fatica quel giorno zio Alfonso, dopo pranzo, salì le scale

c’è un’immagine che a Nicola puntualmente torna alla mente.

una sedia di quelle non comuni, che è utile quanto un ombrello, in un giorno di pioggia.

che t’induce, inevitabilmente, a capire che la vita ti ha voltato le spalle.

ti ha tirato un brutto scherzo.

facendo da spartiacque tra prima e dopo.

la circostanza inaspettata lo portò a fare i conti con una bussola, che aveva cambiato direzione.

letteralmente impazzita, che ammutolì il suo contagioso entusiasmo.

tutto accadde all’improvviso e, Nicola, non poté che maturare le amare conseguenze.

quel giorno, correva il giugno 1989, fuori c’era una bella giornata luminosa di inizio estate.

Nicola pensò di fare una sorpresa ai suoi zii materni.

Mena e Alfonso erano un fratello e una sorella che vivevano insieme dalla nascita nella vecchia casa di paese.

mai l’avevano lasciata.

erano rimasti ancorati alle loro abitudini, diventate nel frattempo inseparabili compagne di vita.

luoghi comuni che scandivano puntuali i tempi delle loro giornate. le stagioni mutavano aspetto, ma per loro erano tutte uguali.

la loro esistenza scivolava via, accarezzando gli anni dell’avanzata e imbattibile vecchiaia.

non avevano fatto il “passo” di sposarsi.

non si erano presentate forse neanche le giuste occasioni.

l’uno tirò l’altro, in un legame statico: fatto di una tacita complicità. nella casa tutto sapeva di antico.

nulla era cambiato da quando ci abitavano i genitori e fratelli.

ogni cosa apparteneva al trapassato remoto.

Nicola, a loro molto legato, vi trascorreva dei lunghi periodi.

specialmente d’estate o durante le vacanze canoniche fissate dalla scuola.

sino all’adolescenza, lasciava entusiasta la città per immergersi in un altro mondo.

per lui era una liberazione.

una piacevole evasione.

si sentiva vivo e curioso di scoprire cosa gli riservasse il domani.

quel posto segnò le sue prime esperienze, lontane dai cordoni stretti della famiglia.

gli piaceva, perché entrava in una nuova dimensione e veniva super coccolato.

si sentiva al centro degli interessi degli zii.

una piacevole sensazione.

netta, rispetto alle rigide regole imposte dalla mamma.

gli veniva chiesto sempre cosa desiderasse fare.

ogni sua richiesta era esaudita, come un ordine tassativo. nel tempo era anche diventata un po’ casa sua.

aveva conquistato degli spazi che gradiva riprendere ogni volta che ritornava.

nessuno, nonostante passassero dei mesi, osava modificare ciò che aveva lasciato.

mai avrebbe pensato che la caduta di una posata dalle mani dello zio Alfonso, mentre erano un giorno a pranzo nella sconfinata cucina, si sarebbe rilevata qualcosa di irreversibile.

che modificasse drasticamente il legame con i suoi inseparabili affetti.

lui si trovò lì per caso.

per niente avrebbe immaginato di diventare testimone di quel brutto ricordo.

aveva fatto agli zii una sorpresa.

sapeva di metterli in difficoltà, rompendo i loro schemi giornalieri.

essi erano molto presenti nella sua vita, nonostante fossero passati degli anni e lui avesse superato da molto l’età adolescenziale.

la prematura morte del padre li aveva eletti a suo sostegno: materiale e affettivo.

tutto questo dall’età di tre anni.

erano diventati un suo punto fermo e altrettanto lui per loro.

a fatica quel giorno zio Alfonso, dopo pranzo, salì le scale.

un gesto automatico che diventò proibitivo.

la poca luce, che riusciva a filtrare tra gli opachi finestroni del palazzetto, rese ancora più drammatica la scena.

come se le gambe non rispondessero più ai comandi.

d’altronde, il tonfo della posata aveva posto un sigillo inamovibile che non faceva sperare nulla di buono.

Alfonso dormiva al piano superiore della vecchia casa di famiglia e così Mena aveva al piano ammezzato la sua stanza da letto.

la cosiddetta “cammarella”.

le prime difficoltà anticiparono l’irreversibile malattia che si rilevò mortale dopo alcuni anni.

perciò quel giorno segnò l’inizio straziante per Alfonso di una vita diversa, muta, sorda, inespressiva e insensibile.

un silenzio che in un lampo si alzò come una barriera, rispetto al resto che gli girava attorno.

l’unico modo per comunicare con lui era accettare il suo automatismo, che lo portava a ripetere meccanicamente le stesse parole.

un giradischi la cui “puntina” scavò sul disco dei profondi solchi, sino a distruggerlo.

smise di suonare, quando finì di far finta di vivere.

si susseguirono così periodi difficili.

duri a passare.

da quel maledetto momento e su quell’onda negativa: Nicola fece i conti con l’immobilità dello zio.

che fu inchiodato per il resto della vita su una sedia a rotelle.

di quelle speciali non comuni che segnano una differenza netta con il resto della gente.

una vita diversa, dipendente dagli altri.

marcata da esclusivi silenzi.

una sedia che diventa irrimediabilmente un oggetto di famiglia. del quale non si poté più fare a meno.

che, in modo inseparabile, diventò tutt’uno con lo zio. la compagna di un lungo viaggio.

la mente lentamente si svuotò: dritta all’oblio. l’impatto di Nicola con la sedia fu terribile.

gli causò un forte terrore.

gli procurò un groppo in gola.

e giù l’emozione, le lacrime che si susseguirono.

non voleva accettarla.

i suoi dubbi nessuno glieli sciolse.

anzi.

immaginò in modo scientifico tutto quello che sarebbe scaturito.

non c’era modo di convincersi che per forza doveva prendere consapevolezza con una realtà, che nel frattempo era cambiata.

la cosa lasciò per il futuro un dolore insopportabile che ancora oggi percepisce al pari di ieri.

ciò che accadde dopo, irrimediabilmente, non lo dimenticò.

non dimenticò per niente il giorno in cui fu investito dal dramma. immobile e senza anima.

che calò il sipario sulla vita di Alfonso.

lui non era pronto.

pure se non si è mai preparati all’irreparabile.

pianse per il triste epilogo.

si promise di non farlo, ma era una promessa assurda.

la sedia restò, ma Nicola la scacciò via.

zio Alfonso partì per un lungo viaggio, senza ritorno, e lui non volle più tenerla.

l’angoscia lo consumò lentamente, scavando palmo a palmo nella sua coscienza irrecuperabili voragini.

quella sedia non comune, ora, gli fotografa spaccati di atroce ansia. duri a sopportare.

da allora, si sente più fragile e impreparato.

il trauma, intanto, si era consumato.

il ricordo è indelebile, ma fa a cazzotti con la vita che continua.

Nicola Campoli 

 

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