PIETRAPAOLA. OMAGGIO ALLA TIMPA

Ieri sera anche io,  come tutti gli amici dell’Associazione Ricchizza,  ho apprezzato la foto, che vedete sopra, e che il mio collega Giuseppe Pugliese  ha messo a disposizione di tutti.

La nostra Timpa suscita ammirazione e stupore non solo in noi paesani, ma anche in chi, pur non essendo nato da queste parti, queste parti frequenta assiduamente.  E ogni volta che questa immagine ci viene presentata, sui social networks, su manifesti presenti per strada, su depliant turistici e  altro, raccoglie immediatamente la nostra attenzione. Perché?  Forse perché essa racchiude in un tutt’uno le sensazioni che ognuno di noi prova quando pensa al paese in cui è nato.  Essa rappresenta  infatti qualcosa di unico, la sintesi e la memoria delle proprie esperienze individuali che sono sì parziali, ma   indissolubilmente legate alla storia del nostro Paese. Se io chiedessi quali impressioni suscita la Timpa in un paesano ora residente a Prato, o in Germania,  o in Canada o negli Stati Uniti, sono sicuro che ognuna delle persone interpellate riferirebbe qualcosa di diverso dalle altre, ma sempre legato alla storia di Pietrapaola.  Storie che  la Timpa del Castello tutte  somma e riassume.  Essa, come diceva il nostro carissimo e rimpianto Don Alfonso Cosetino,  è stata e sarà sempre la custode dei nostri  segreti,  a cui noi tutti siamo affezionati,   che essa non ha mai tradito e mai tradirà.

Non solo custode di segreti,  ma anche baluardo e formidabile strumento di difesa  dagli attacchi dei nemici che in varie epoche storiche non hanno mancato di insidiare la nostra Comunità. È noto a molti che la Timpa fu in più occasioni  il rifugio e la salvezza delle popolazioni in occasione delle invasioni  di turchi e turcheschi nelle varie epoche che precedettero e si accopagnarono all’era moderna. E ci piace credere (o far finta di credere) che gli invasori, anche nel 1644, l’anno più spaventoso di tutti quanto a saccheggi vandalismi e distruzioni di territori occupati, furono fermati dalle pietre (e anche dalle forme casearie) che dalla cima della roccia gli abitanti scagliarono contro gli assedianti per evitare la conquista del territorio.

Pur ergendosi minacciosa sulle povere case che la  circondano, frutto del sacrificio di generazioni passate che insieme ad essa hanno sofferto indigenza e privazioni, la Timpa ha sempre assunto il ruolo di Protettrice del paese, e mai, tranne che una sola volta negli anni cinquanta (quando un crollo assai  parziale di essa, terrorizzò la comunità, senza però che questo, alla fine, comportasse danni alle persone) mai, dicevo, ha minacciato l’incolumità dei paesani.

Penso di poter dire che nessuno dei Pietrapaolesi, dei Petripalisi, si sia allontanato volentieri dal paese e dalla Timpa. Negli anni sessanta succedeva a moltissimi dei nostri genitori di doverla lasciare,  e di doversi separare dalle famiglie per cercare fortuna, e soprattutto lavoro al Nord o all’Estero.   Partivano lasciandosi alle spalle miseria e sofferenze, le stesse narrate assai bene dal giornalista del Corriere della Sera Giuseppe Russo del quale abbiamo avuto modo di parlare una decina di giorni fa sulla chat della nostra Associazione Ricchizza. E  approdavano in posti sconosciuti, dove si parlava un’altra lingua, fosse l’italiano, il toscano o il tedesco,  e si ragionava in modo ancora più diverso. E dove senza mezzi culturali erano costretti ad adattarsi a nuove realtà e a nuove consuetudini. Ma non deludevano gi abitanti dei paesi ospitanti, e per la loro laboriosità e voglia di fare venivano ben accolti e rispettati. Mi torna in mente un episodio raccontatomi molti anni da uno dei nostri emigranti “tedeschi” della prima ora. In occasione delle festività natalizie di uno dei primi tristi anni del dopoguerra, un sacerdote cattolico di Colonia durante l’omelia invitò ogni famiglia ad ospitare a pranzo un operaio italiano emigrato. La proposta raccolse un così grande successo che per non deludere gli ospiti, i nostri concittadini dovettero pranzare da una famiglia e cenare da un’altra.

Le famiglie. Quelle italiane. Almeno una gran parte di esse, rimaneva  a casa, e i  bimbi, assai numerosi (allora sì)  frequentavano aule scolastiche improbabili, spesso stanze affittate   alla Direzione Scolastica, e lontane l’una dall’altra. Io e i miei compagni di classe, in quinta elementare eravano in 30,  della classe di ferro del 58 (lo dico per fare invidia e per burlare i nostri amici del 57) abbiamo frequentato cinque aule diverse per ogni anno di scuole elementari, in posti diversi e lontani tra loro. E penso che così si sia andati avanti   fino a quando non si sono costruite le scuole elementari, credo dopo gli anni settanta. Intanto le famiglie rimanevano a casa ad aspettare figli e mariti di ritorno, dalla Germania.  Negli occhi degli emigranti, e di mio padre  che andavo ad aspettare a Santa Maria  il giorno del ritorno a casa, una volta all’anno,  riconoscevo alla vista del Castello  una espressione di serenità, e di sensazione di essere a casa , che si accompagnava alla gioia di riabbracciare i familiari. La Timpa voleva dire anche questo.

Quando eravamo bambini, almeno per una volta ognuno di noi ha provato a salire in cima alla Timpa. Nonostante il muro massiccio costruito     intorno alla rupe da mastro Nicola Gorgoglione  dopo il crollo di cui dicevo,  per evitare  possibili futuri  danni alle abitazioni (mai  verificatisi), era abbastanza agevole attraversare una fenditura della roccia situata dalla parte che guarda il Rio e il mare, e arrivare in cima per venire a contatto con sterpaglia e qualche rudere di imprecisata origine, certamente antica e certamente fantastica.  E  capitava anche a quelli più incoscienti tra i ragazzi di andare a depredare i nidi delle cornacchie (ciavule),   situati in posti inaccessibili, sulla parte spiovente  la cui sola vista incuteva timore, ma che timore! Mi viene in mente l’impresa spericolata e incosciente di un nostro coetaneo che  nel tentativo di portare via dei cuccioli  rimase bloccato sulla roccia e impossibilitato a spostarsi in qualsiasi direzione.  Non so se chiamarono i pompieri o se riuscì da solo a cavarsela, ma è possibile che ancora oggi, a distanza di forse cinquant’anni,  il protagonista della vicenda senta i brividi lungo la schiena quando rammenta quell’episodio.

In scala assai minore le sensazioni che accompagnavano me,  e i miei coetanei, orientati, dopo la licenza media,  su percorsi scolastici molteplici  ad affrontare le fatiche dell’ortografia e della sintassi latina,  e le trappole delle equazioni e delle disequazioni di secondo grado,  in scala minore,  dicevo,  appartenevano allo stesso registro. Per andare a scuola bisognava alzarsi  in tempo per prendere la corriera,  il POSTALE, alle 5.20, il quale, ricordo ancora poteva partire solo dopo che era rimasto in moto per una ventina di minuti. Arrivati alla stazione di Pietrapaola, attraversavano con prudenza la SS 106, che già allora non veniva considerata la strada più sicura al mondo, per entrare in ferrovia, acquistare il biglietto del treno per andare alle superiori di Cariati o Rossano, essendo contenti di dare spesso una mano all’impiegato quando  azionando una manovella abbassava o alzava le sbarre dei passaggi  a livello di Mandatoriccio e di Camigliano. Dopo scuola si rientrava a casa prendendo lo stesso bus della mattina e, arrivati a Mangiacaso o poco oltre,  la vista del Castello significava per noi il ritorno a casa, era una sorta di ben tornato che ci aiutava a superare lo stress di una giornata cominciata presto alla mattina  con obblighi e compiti niente affatto conclusi.

Come è facile immagianare, sto raccontando vicende e fatti che hanno risvolti parziali, prevalentemente personali: altre storie mi hanno accompagnato nel corso della mia infanzia.  Storie ed immagini si fondono come in un caleidoscopio che emani lampi che sanno di  lontano, nostalgico e  bello. Sono certo che ognuno di noi Petripalisi ha tante storie personali legate alla Timpa che  gli danno coraggio e forza per affrontare il presente. E anzi mi piacerebbe per un attimo raccoglierle idealmente tutte per arricchire l’orizzonte dei   dei nostri giorni.

Viviamo tempi difficili, ma non dobbiamo disperare di uscirne. Le previsioni positive, riguardo al contagio, sembrano confortarci, e l’ottimismo si fa sempre più strada tra noi.  Il nostro  buon senso e i sani comportamenti che da esso discendono e che ci vengono quotidianamente raccomandati, non mancheranno di fare il resto.

E così, in scala assai più modesta, vorrei affiancarmi con questa mia riflessione allo spirito che ha animato Mastro Ciccio Talarico,  con la sua ottima  iniziativa (l’aquila che sconfigge il serpente, simbolo del coronavirus), per portare il mio contributo di coraggio e speranza a noi tutti.

Angelo Mingrone.

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