lo scrittore Carmine Abate presenta la sua ultima fatica

Domani sera, a partire dalle 21 e 30, in Piazza Friozzi, nel Centro storico, lo scrittore Carmine Abate presenta la sua ultima fatica, “Vivere per addizione e altri viaggi” (Piccola Biblioteca Oscar Mondadori, 2010, 153 pagine, Euro 9,00)., col sottofondo musicale della splendida voce del tenore Margherita Scalioti: una forza della natura. Per Carmine Abate il privilegio di vivere, semplicemente vivere, si coniuga con le addizioni: non una semplice operazione aritmetica che associa ad un numero una soluzione costituita da un altro numero, ma una somma infinita di stati d’animo, quelli scolpiti nella mente e negli occhi di una ragazzino di Calabria la cui esistenza è scandita dalle traversine di un binario che corre veloce, come gli anni, lontano lontano, verso nord, e sembra perdersi nei rivoli di mille storie, consumate nella memoria e poi riaffiorate con la forza del tempo. Il viaggio di un uomo visto attraverso gli occhi di una evoluzione fantastica e inebriante è catturato nelle diciotto storie che Abate racconta nel suo ultimo libro ed è un continuo ritrovarsi e perdersi in mille identità: “Se per i tedeschi continuavo a essere uno straniero; per gli altri stranieri un italiano; per gli italiani, un meridionale o terrone; per i meridionali, un calabrese; per i calabresi, un albanese o “ghieggiu”, come loro chiamano gli arbëreshë; per gli arbëreshë, un germanese o un trentino; per i germanesi e i trentini, uno sradicato, io per me ero semplicemente io, una sintesi di tutte quelle definizioni, una persona che viveva in più culture e con più lingue, per nulla sradicato, anzi con più radici, anche se le più giovani non erano ancora affondate nel terreno ma volanti nell’aria”. Siamo dinanzi al Carmine Abate dalla maturità compiuta, ad un diario, ad una autobiografia sentimentale che non sopporta i sentimentalismi e, anzi, li sfronda dai significati antichi dell’autocommiserazione per elevarli ad essenza: essere, sostanza ideale, attiva, genuina, universale, perché elaborata attraverso l’esperienza dolente delle partenze e dei ritorni continui, quando in nessuno posto del mondo, appunto perché cittadini del mondo, ci riesce di accasarci definitivamente. Abate sceglie di raccontare in prima persona, rinunciando a trame romanzate (persino a quel suo modo “anarchico” di usare la punteggiatura) e divincolandosi con sapienza fra le lingue che conosce, creando una perfetta armonia di suoni e colori originalissima, anche se il pensiero, il pensare, è privilegio esclusivo del suo arbëreshë, il lessico del ventre materno. Migliaia di chilometri in treno; continue fughe e sospirati rientri; come quel primo viaggio per Amburgo, insieme a sua madre, quasi a rinnovare il mito dell’eroe albanese Scanderberg, il guerriero morente che invita il figlio a partire, ad andare via per trovare una nuova terra, perché a volte non si può fare altro che partire. Abate ripercorre le lotte contadine; le illusioni di una industrializzazione che ha partorito macerie; il paradiso di cemento (Europaradiso) che doveva devastare la costa jonica a sud di Crotone; il suo tempo di insegnante; la laurea; i re Magi di Colonia, ancora inquieti, eppure non perde un attimo la “sua” identità che conserva, la “prima volta”, in una tazzina del caffè, custodita come dono prezioso dalla madre. Ed ecco che la nostalgia per la Calabria, quella intesa come dolore, riesce a mitigarsi ed a diventare razionale nelle lunghe notti tedesche o delle valli lombarde e trentine. Così l’insegnate precario, sballottato da un Paese all’altro, supera inquietudini e struggimenti, ritrovando, paradossalmente, se stesso: “In realtà il mio cuore era una specie di spezzatino, scisso in quattro o cinque parti che mi scombussolavano la vita e non riuscivo a ricomporre neppure sulla carta, quando di notte scrivevo le mie storie. Circondato dal buio e dalle ombre, il bosco e il cielo nero che si aprivano in alto, oltre la finestra socchiusa, ritrovavo me stesso e mi riperdevo spaventato, camuffandomi così bene tra i miei personaggi da non riconoscermi più in nessuno di loro”. E lo “spezzatino” si ricompone, appunto per addizione. Perché sa che “perfetto è l’uomo per cui l’intero mondo è un paese straniero”.

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