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BOLOGNA, LA PAURA DIETRO LA DIVISA: NICOLA ABRUZZESE, IL POLIZIOTTO CALABRESE CHE DICE «POTREI ESSERE VOSTRO PADRE!»

Originario di Scala Coeli e Sovrintendente Capo della Polizia di Stato in servizio al VII Reparto Mobile di Bologna, racconta gli scontri vissuti in prima persona. Non parla soltanto da uomo in divisa, ma da padre: «Dietro ogni divisa c’è una persona, c’è una famiglia»

Nicola Abruzzese

■Antonio Loiacono

Le pietre, le bottiglie, le bombe carta. E, dall’altra parte, uomini in divisa che avanzano, si proteggono, cercano di contenere la violenza e sperano di tornare a casa senza portarsi addosso le ferite di una giornata di servizio. A Bologna, durante gli scontri davanti alla stazione ferroviaria, Nicola Abruzzese non era uno spettatore: era lì, in servizio, in mezzo alla tensione.

Sovrintendente Capo della Polizia di Stato, in forza al VII Reparto Mobile di Bologna, Abruzzese è originario di Scala Coeli, nel Basso Jonio cosentino. La sua testimonianza non si limita a denunciare ciò che, secondo il suo racconto, gli agenti hanno dovuto affrontare durante le ore più violente della manifestazione. Porta la cronaca dentro una dimensione più intima: quella di un uomo che indossa una divisa, ma che a casa è anche un padre, con un figlio giovane e le stesse preoccupazioni di tante altre famiglie.

Il bilancio degli scontri, secondo quanto riferito dalla Questura, è pesante: arresti, denunce, agenti feriti e danni a mezzi e strutture. Ma Abruzzese sceglie di andare oltre le cifre e racconta la paura che nasce quando una manifestazione perde il controllo e chi è chiamato a garantire la sicurezza diventa bersaglio di lanci di pietre, bottiglie, transenne e bombe carta.

«Io c’ero anche ieri, così come c’ero venerdì, sempre in piazza Medaglie d’Oro, a Bologna, per garantire che le manifestazioni si svolgessero in un clima di contestazione pacifica», racconta. Poi la denuncia: «Siamo stati letteralmente aggrediti dai manifestanti».

Nelle sue parole affiora soprattutto il timore che la violenza possa spingersi fino a un esito irreparabile. «Ho la sensazione che qualcuno voglia arrivare al punto in cui, prima o poi, uno di noi ci lasci la pelle. Questo non possiamo più tollerarlo».

È una frase dura, che restituisce la percezione del pericolo vissuto durante il servizio. Non una condanna del diritto di protesta, ma la richiesta che quel diritto non venga trasformato in una giustificazione per aggredire altre persone.

Il cuore della testimonianza di Nicola Abruzzese è nel passaggio in cui si rivolge direttamente ai giovani che hanno preso parte agli scontri. Non lo fa soltanto da poliziotto, ma da padre.

«Io sono un papà e ho un figlio della vostra età, che studia per laurearsi. Anche lui è molto critico nei confronti delle politiche europee e nazionali, ma non ha mai pensato di comportarsi come state facendo voi».

È qui che la sua riflessione assume un significato più ampio. Il dissenso, anche radicale, non è il problema. Contestare le scelte dei governi, criticare le istituzioni, scendere in piazza e chiedere cambiamenti sono espressioni della democrazia. Il confine viene superato quando la protesta diventa aggressione e mette a rischio l’incolumità di chiunque si trovi sul posto.

«Noi non abbiamo alcun interesse a cercare lo scontro con voi. Dietro ogni divisa c’è una persona, c’è una famiglia, ci sono affetti e preoccupazioni. Potrei essere vostro padre e, proprio per questo, vi chiedo di riflettere».

In queste parole c’è la volontà di rompere la distanza che spesso separa chi manifesta da chi è schierato a presidiare una piazza. Dietro la divisa non c’è un simbolo astratto, ma una persona. Qualcuno che, finito il turno, torna alla propria vita, ai propri affetti, alle responsabilità familiari.

Abruzzese rivendica anche il valore della preparazione professionale e del senso di responsabilità con cui, afferma, gli agenti sono chiamati a operare. «La nostra formazione professionale ci porta a operare con equilibrio, responsabilità e rispetto».

Un richiamo che non esclude il dovere di verificare ogni condotta, da qualunque parte provenga, ma che mette al centro la necessità di preservare l’incolumità delle persone e la possibilità di esercitare i propri diritti senza paura.

Il messaggio del poliziotto calabrese si chiude con una distinzione netta: «Manifestare è un diritto, ma la violenza non può mai essere giustificata. Il confronto, anche duro, è parte della democrazia; l’aggressione e la violenza, invece, la negano».

E ancora: «Chiedo soltanto che venga rispettato il nostro lavoro, così come noi siamo chiamati a rispettare il diritto di tutti a manifestare pacificamente. Nessuno dovrebbe rischiare la propria incolumità per aver svolto il proprio dovere».

Non serve aggiungere enfasi a queste parole. La loro forza sta proprio nella semplicità di una richiesta che dovrebbe essere condivisa: poter dissentire senza aggredire, svolgere il proprio servizio senza diventare bersaglio, tornare a casa senza che una giornata di lavoro si trasformi in una tragedia.

Da Bologna, la voce di Nicola Abruzzese arriva fino a Scala Coeli e al territorio da cui proviene. È la testimonianza personale di un uomo che ha vissuto gli scontri in prima linea e che, al di là della divisa, chiede ai giovani di riconoscere nell’altra persona non un nemico, ma qualcuno che ha una famiglia e una vita da proteggere.

Perché la democrazia deve lasciare spazio anche alla protesta più dura. Ma non può chiedere a nessuno di mettere a rischio la propria vita per consentire agli altri di esercitarla.

 

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