L’ITALIA SI SIEDE A TAVOLA CON IL MONDO: LA CUCINA ITALIANA DIVENTA PATRIMONIO DELL’UMANITÀ

Dall’Unesco arriva il riconoscimento che consacra la cucina italiana come simbolo universale di cultura, amore e condivisione. Non solo ricette, ma un racconto collettivo che unisce generazioni, territori e identità.

Antonio Loiacono

É di qualche ora fa l’applauso che si alza da una sala di New Delhi e, per un istante, sembra arrivare fino alle nostre cucine. Lì dove ogni giorno, da generazioni, si impasta, si soffrigge, si assaggia, si racconta. È ufficiale: la cucina italiana entra a far parte del Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità. Non un piatto, non una ricetta, ma tutto un modo di vivere, di stare insieme, di dire “ti voglio bene” senza parole. È la prima volta che accade: una cucina riconosciuta nella sua interezza.

L’Unesco parla di “miscela culturale e sociale di tradizioni culinarie”, ma noi lo sappiamo: è molto di più. È un gesto d’amore. È la cura che una madre mette nel sugo della domenica, l’orgoglio di un nonno che insegna a un nipote come si fa la pasta a mano, la voce che si alza attorno a una tavola piena di chiacchiere e bicchieri mezzi vuoti.

La decisione è arrivata all’unanimità. Sessanta dossier in valutazione, da cinquantasei Paesi diversi, e tra loro—l’Italia—con la sua storia fatta di pane, olio e memoria. L’Unesco lo dice chiaro: cucinare “all’italiana” significa favorire l’inclusione sociale, trasmettere saperi, rafforzare legami, condividere ciò che si è.
In poche parole, essere comunità. E in questo, noi siamo maestri.

Perché la nostra cucina non è mai stata un semplice atto tecnico. È un rito. È un teatro quotidiano dove ognuno ha un ruolo, ma i ruoli si scambiano di continuo. Dove un bambino impasta e un anziano racconta. Dove non si butta via niente, né un pezzo di pane né un ricordo. È qui, tra le mani che lavorano e le storie che si tramandano, che abita la vera anima dell’Italia.

Il dossier—curato dal giurista Pier Luigi Petrillo—racconta proprio questo: sessant’anni di sforzi collettivi, di comunità che hanno saputo difendere, innovare e custodire un sapere che non appartiene a nessuno e a tutti insieme. Riviste storiche come La Cucina Italiana, l’Accademia Italiana della Cucina, la Fondazione Casa Artusi: nomi che, per chi conosce la storia gastronomica del Paese, suonano come cattedrali del gusto.

Con questa iscrizione, l’Italia firma un nuovo record mondiale: il maggior numero di riconoscimenti agroalimentari proporzionati ai patrimoni complessivi. Dalla pizza napoletana alla transumanza, dai muretti a secco alla dieta mediterranea, fino all’arte del tartufo e alla vite ad alberello di Pantelleria: nove simboli di un Paese che ha fatto del cibo la propria lingua universale.

E non poteva mancare la voce della politica, che per una volta—almeno questa volta—suona sincera.

Giorgia Meloni, in un videomessaggio, l’ha chiamata “il nostro ambasciatore più formidabile”.
Ha ragione: la cucina italiana viaggia più veloce di qualsiasi diplomazia, entra nelle case e nei cuori, parla una lingua che tutti capiscono.

Il ministro Lollobrigida ha detto: “Oggi l’Italia ha vinto, ed è una festa che appartiene a tutti”.
E in effetti è proprio così: è la festa delle famiglie che tramandano sapori antichi, degli agricoltori che custodiscono la terra, dei ristoratori che portano nel mondo il profumo autentico dell’Italia. È un riconoscimento che profuma di farina e di orgoglio.

E poi le parole della ministra Santanchè: “L’Unesco celebra il modello identitario della cucina italiana”.
Un modello, sì, ma anche un modo di stare al mondo. Perché non c’è nulla di più politico, oggi, del cucinare insieme. Di mescolare ingredienti diversi, di condividere.

In fondo, questa notizia non parla solo di cibo. Parla di noi.

Della nostra capacità di rendere sacro ciò che è quotidiano, di trovare nella semplicità una forma d’arte, di costruire bellezza anche in un piatto di pasta al pomodoro.

La cucina italiana non è mai stata soltanto una somma di ricette: è una narrazione collettiva.
Un lungo racconto che attraversa le generazioni, passa per le mani, si sporca di farina, si aggiusta di sale e si serve con un sorriso.

E forse è proprio questo che il mondo, oggi, ha voluto riconoscere: che la nostra cucina è un gesto d’amore diventato patrimonio dell’umanità.

 

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