Non ho seguìto la trasmissione di Roberto Benigni dedicata all’apostolo Pietro, perché dalle entusiastiche clip promozionali trasmesse dalla RAI ho potuto capire che l’immagine che Benigni propone del primo papa è decisamente lontana da quella che me ne sono fatto io leggendo vangeli ed atti degli apostoli. Una lettura peraltro che invito tutti a fare: per credere o non credere in qualcosa bisognerebbe accedere personalmente alle fonti, non prendere per buona la versione che ne viene offerta da chi, in buona fede o no, ha interesse a farla passare per buona.
Propongo perciò qui dal mio libro IL VANGELO SECONDO ME, disponibile su Amazon (per chi volesse stroncarlo, o servirsene per legittimare la mia condanna al rogo e alla dannazione eterna), un breve passaggio, dedicato appunto a Pietro, che sottolinea un aspetto della personalità dell’apostolo sul quale evidentemente Benigni, nel suo consueto, esaltato, e forse un tantino abusato entusiasmo, ha ritenuto di sorvolare.
Già, Pietro. È molto, molto bella, la discrezione che Gesù prescrive per richiamare qualcuno o fargli notare che ha sbagliato:
Se il tuo fratello commette una colpa, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; se non ti ascolterà, prendi con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non ascolterà neppure costoro, dillo all’assemblea; e se non ascolterà neanche l’assemblea, sia per te come un pagano o un pubblicano. (Mt 18,15-17)
Evidentemente Pietro non c’era, quando Gesù dettava ai discepoli questo sacrosanto principio. È un principio che Gesù stesso riprende dal Deuteronomio e che in sostanza offre a chi sbaglia i tre gradi di giudizio previsti dalla legislazione di tutti i paesi civili oltre a prevedere, in prima istanza, un caritatevole richiamo privato (anche se desta qualche perplessità quel “sia per te come un pagano o un pubblicano”: la bontà, il perdòno e l’amore, dunque, non valgono per tutti?). Questo dettaglio a Pietro è sfuggito, stando al famoso episodio di Anania e Saffira (At 5, 1-11): i due sono membri della prima comunità cristiana, guidata appunto da Pietro, che fonda il comunismo (e il terrore rosso) ben prima di Marx e Lenin. Egli esige infatti che i fratelli mettano in comune tutti i loro beni. I due coniugi vendono un podere ma decidono di tenere per sé una parte del ricavato e di consegnare solo il rimanente alla comunità. Pietro non ci pensa due volte, li svergogna davanti a tutti e li fa morire stecchiti una dopo l’altro. Niente rimprovero in privato, niente prova d’appello, niente ricorso in cassazione: alla faccia della carità cristiana! Pietro ha dimenticato, si vede, di aver chiesto lui stesso al Maestro quante volte doveva perdonare al suo nemico. O, forse, non lo ha dimenticato. Anania e Saffira non sono nemici, ma confratelli. E i papi, da Pietro in poi, sono sempre stati molto più severi verso il loro gregge che non verso gli estranei, soprattutto quando le pecorelle osavano prendere delle iniziative autonome o si mettevano imprudentemente a ragionare con la propria testa, deviando dal sentiero – soprattutto ideologico e dogmatico – che la gerarchia aveva indicato come unica, indiscutibile e inappellabile Verità. In questo senso, di sicuro, la Chiesa dell’Inquisizione e del Sant’Uffizio è erede di Pietro.
Giuseppe Riccardo Festa
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