UN DETTAGLIO CHE ILLUMINA LA STORIA: IL PARROCO DI CARIATI CORREGGE BENIGNI E SI CHIEDE COSA NE PENSI IL VATICANO

Mentre in TV scorre il monologo di Benigni, da una stanza silenziosa di Cariati una voce attenta intercetta un errore, lo illumina e lo affida a una domanda che risuona fino alle stanze del Vaticano.

don Gaetano Federico

Antonio Loiacono

C’è una scena che si ripete in molte case italiane: la televisione accesa, un grande attore che restituisce vita e respiro alla storia, e il pubblico che ascolta, assorto. Ma a volte basta un dettaglio per trasformare l’ascoltatore in un custode della memoria.

Accade così anche a Cariati.

In una stanza tranquilla, lontano dai riflettori e dal rumore delle platee, il parroco della concattedrale di San Michele Arcangelo e San Cataldo, don Gaetano Federico, segue con sincera ammirazione il monologo-spettacolo di Roberto Benigni “Pietro, l’uomo nel vento”. Le parole scorrono leggere e calorose, come fanno sempre quando Benigni porta in scena la sua poetica.

Poi, d’un tratto, qualcosa si incrina.

Una data, un nome, un passaggio che non torna.

È un attimo, ma è sufficiente perché il sacerdote si fermi e la storia reclami il suo spazio.

Benigni attribuisce a papa Paolo VI l’incarico dato all’archeologa Margherita Guarducci di avviare la ricerca delle reliquie dell’apostolo Pietro sotto la basilica vaticana. Ma la realtà, quella che vive nei documenti e nella memoria della Chiesa, racconta una vicenda diversa, più antica e più drammatica.

Gli scavi — come ricorda don Federico — iniziarono sotto Pio XII, nel pieno della Seconda Guerra Mondiale.
Roma tremava sotto le bombe, ma sotto la basilica più importante della cristianità si scavava alla ricerca delle radici stesse della fede. Nel 1952, al termine di un lavoro quasi epico, si giunse al ritrovamento delle ossa attribuite a San Pietro. Paolo VI arrivò soltanto dopo, a riconoscere ufficialmente il valore di quel lavoro silenzioso.

Una precisazione? Forse.

Ma il parroco non la vive come una pedanteria: è piuttosto un atto d’amore verso la verità storica.

Eppure, mentre annota l’errore, qualcosa dentro di lui si accende.

Un dubbio che diventa domanda pubblica, quasi una eco lanciata oltre i confini della Calabria:
Davvero in Vaticano condividono questa ricostruzione?

Perché l’inesattezza non è banale.

E stupisce che sia sfuggita proprio a chi, più di tutti, custodisce la memoria secolare della Chiesa.

La sua riflessione, però, non è un giudizio. È piuttosto il gesto di chi, pur ammirando lo spettacolo, si sente chiamato a rimettere in equilibrio la narrazione. L’incanto artistico rimane intatto, ma si accompagna al rigore che la storia richiede a chi la racconta.

Così, mentre Benigni continua a vibrare sullo schermo con il suo entusiasmo inconfondibile, da Cariati arriva una voce che ricorda che le radici della cristianità non sono soltanto materia di poesia, ma anche di precisione.
E che ogni tanto basta l’occhio vigile di un parroco calabrese per riportare la verità sotto la giusta luce.

 

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