■Antonio Loiacono
Ogni dicembre, la nostalgia torna puntuale come un treno ad alta velocità… peccato che in Calabria non ci arrivi. È il periodo dei rientri, o meglio, dei tentativi di rientro: biglietti introvabili, voli che costano come una rata del mutuo, e coincidenze da romanzo tragicomico.
Chi parte da Milano, Torino o Londra lo sa: per tornare a casa serve un piano di volo degno della NASA. A volte si passa perfino dal Belgio — sì, dal Belgio — per poter atterrare a Lamezia. Sembra una barzelletta, ma non fa ridere nessuno.
Dietro questi incastri assurdi non ci sono solo i “costi dinamici” o gli algoritmi cattivi delle compagnie aeree. C’è un Paese che, da decenni, ha deciso che il Sud può aspettare. Pochi collegamenti, zero programmazione, infrastrutture da dopoguerra: la Calabria resta lontana non solo per geografia, ma per abitudine.
E così ogni anno si ripete lo stesso teatro: genitori che preparano i letti che resteranno sfatti, figli che restano al nord “perché i voli costano troppo”, nonni che apparecchiano per un pranzo di Natale dimezzato.
L’unico che torna puntuale è il senso di abbandono.
La Calabria, intanto, resta lì — bellissima e invisibile. Dolce come la voce di chi ti chiama, amara come la distanza che ti separa da lei.
Ti aspetta, ma la sua voce si perde tra le nuvole di uno scalo europeo.
E forse non è solo questione di voli, coincidenze o tariffe da rapina. È che tra la Calabria e il resto d’Italia c’è un confine invisibile, tracciato da chi ha smesso di volerla raggiungere davvero.
Ma nonostante tutto, ogni anno qualcuno ci prova lo stesso. Compra un biglietto impossibile, fa tre scali, dorme su una sedia d’aeroporto.
Perché certe radici, anche se le tagli, continuano a sanguinare.
E la Calabria — anche quando resta un miraggio — è il miraggio più vero che ci sia.
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