LE PRESIDENZIALI IN IRAN: I 7 PICCOLI IRANIANI E IL PENDOLO DELLA STORIA

“Vi piace vincere facile”. Parafrasando un celebre slogan di qualche tempo fa si possono spiegare  le elezioni in Iran. Si svolgeranno oggi, 18 giugno, possono essere previste.

Sono presidenziali quelle che si terrano nel paese, dove sembra che il ministero dell’ interno abbia posticipato la chiusura dei seggi fino alle 2 del mattino, causa il virus. In uno degli stati più martoriati del Medio Oriente: circa 3 milioni di casi e oltre 80mila vittime.

Ebbene sì, siamo proprio al grattare per vincere. E i nomi dei candidati “grattati” via dal Consiglio dei Guardiani sono stati tanti. Quasi tutti riformisti, conservatori cosiddetti pragmatici e donne. Ma non mancano alcuni casi clamorosi: si va dall’ex presidente del parlamento iraniano, Ali Larijani, forse l’unico serio rivale di Raisi, all’ ex presidente della repubblica islamica Ahmadinejad.

Tutto questo per far trionfare, oltre all’ astensionismo dei troppi iraniani delusi, Ebrahim Raisi, ovvero l’attuale capo della magistratura ed esponenete di spicco di quell’ ala conservatrice che uscirà vincitrice da questa tornata elettorale. Raisi è da decenni parte integrante di quei conservatori vicini all’ attuale Guida Suprema: Ali Khamenei.

Insomma, oggi uscirà un risultato che onestamente pare scontato. E chi non è d’accordo si asterrà. Non è un caso se la stessa Guida Suprema ha quasi intimato di recarsi in massa al voto, evitando il boicottaggio attraverso l’astensionismo.

Le esclusioni sono state tantissime: su 590 candidati, tra i quali molti politici riformisti e persino alcune donne, ne sono rimasti soltanto sette. Sì, “i 7 piccoli iraniani”. Tra questi ci sono Mohsen Mehralizadeh, già ministro dello sport nel governo riformista di Mohammad Khatami e Abdolnaser Hemmati, un centrista moderato, che ha ricoperto il ruolo di governatore della banca centrale.

Ma a cosa si deve questa ennesima oscillazione del pendolo della storia, che va da un riformismo o almeno un pragmatismo conservatore per passsare a scelte radicali, sgombrando la strada da qualsiasi ostacolo e unicamente per far vincere  Raisi, un ultraconservatore già colpevole di centinaia di esecuzioni durante la guerra tra Iran e Iraq, che monopolizzò (1980-1988) quasi tutti gli anni ’80 del secolo scorso ?

Per capirlo è necessario premere il tasto rewind su un immaginario “registratore della storia” e tornare almeno al  2003. Siamo alla seconda guerra del golfo, voluta dai cosiddetti neo conservatori dell’ amministrazione Bush Jr.  Forse è necessario andare ancora più indietro negli anni, con quell’ ideale rewind, per spingersi fino a quel fatidico 1978/1979, quando una rivoluzione iniziata borghese, come tante altre (quella francese, il febbraio in Russia, cubana, etc…), si trasformò in un’ autentica ossessione per gli USA.

Ed è così che si capisce l’oscillazione del pendolo della storia, in Iran, che oggi verrà spinto verso i conservatori con la vittoria di Raisi. Si tratta di una sorta di ricompattamento dovuto a un atteggimento USA. E’ così, trattasi soltanto del riflesso dell’ egemone: la politica degli Stati Uniti, da quella disastrosa decisione nel 2003, è cambiata in Medio Oriente e non solo. Da imperialista, come in effetti fu in quella sciagurata seconda guerra del golfo, l’egemone si fa imperiale, cioè agisce solo se conviene. Non va oltre. Esiste un’ unica strategia: limitare nelle varie zone del mondo l’ascesa di eventuali potenze. Possibilmente senza un intervento diretto, ma mettendo delle potenze locali le une contro le altre.

Solo comprendendo questo nuovo atteggiamento dell’ egemone, quasi ventennale ormai, si comprende facilmente il comportamento con e dell’ Iran: quando gli USA, a torto ragione, vedono nell’ Iran un pericolo intervengono , vedi l’assurdo omicidio del numero 2° del regime lo scorso 3 gennaio: Qassem Soleimani. Un uomo chiave del regime iraniano viene ucciso in  Iraq e secondo molti analfabeti strategici questo evento avrebbe dovuto scatenare una sorta di 3° guerra mondiale. Ovviamente nella realtà non è successo nulla di tutto ciò, neanche lontanamente.

In sintesi gli apparati statunitensi si sono resi conto dell’errore madornale di quella guerra nel golfo nel 2003 quando, anche per ragioni prettamente sentimentali contro Saddam, gli Stati Uniti anziché fare una guerra contro l’Arabia Saudita, nazione dalla quale provenivano quasi tutti gli attentatori dell’ 11 settembre, dapprima sfogano la loro frustrazione interna in Afghanistan, dopodiche’ decidono di regolare i conti, quasi a livello familiare, con Saddam Hussein. Ma così facendo tolgono uno stato cuscinetto, spesso amico, tra l’ Iran e l’ Arabia. Da qui comincia una sorta di schizofrenia nei confronti dell’ Iran: prima attaccato negli anni ’80 con l’amico dell’epoca, Saddam, poi blandito con Obama e i suoi accordi sul nucleare, infine nuovamente colpito il 3 gennaio 2020 con l’attentato, tramite drone, contro Soleimani. Un atto ordinato e pensato dagli apparati, ma attribuito a Trump.

Il punto è che gli USA e i loro apparati hanno una vera ossessione, fin dal 1979, per  l’Iran. Tuttavia quella rivoluzione non esiste più dall’ ormai lontano 1989 (morte di Khomeini). Non è certamente più lo stesso Iran della rivoluzione khomeinista.  Dunque si torna a quel “pendolo della storia” che oscilla al suono delle convenienze e degli umori “Born in the USA”. Stanno tornando ad un periodo di apertura contro un potenziale problema in zona, l’ Iran appunto, ma succede solo perché iniziano a preoccuparsi di un’ altra potenza virtualmente egemonica in Medio Oriente: la Turchia di Erdogan. Una eventuale ascesa di un potenziale alleato (la Turchia è il 2° esercito nella NATO dopo gli Usa) costringerebbe, sicuramente obtortocollo causa l’ossessione “seventy eight – seventy nine”, tanto per parafrasare una canzone di qualche tempo fa, a dover giocare persino la carta Iran contro la nuova potenza emergente. Per contro i guardiani di una rivoluzione che ha perso da almeno trent’ anni la propria spinta propulsiva e nei fatti non esiste più, sanno di avere uno spazio di azione e di conseguenza si chiudono a riccio per mantenere il potere, organizzando un’ elezione farsa che sposterà il paese verso un risultato scontato e teso alla conservazione dello status quo.

MARCO TOCCAFONDI BARNI

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