Viva l’Italia, povera Italia.

Vedo bandiere ai balconi e giubilo nei cuori ma, anche a causa del mio scarso interesse per il mondo del pallone, non riesco a provare tutta ‘sta gran gioia per i successi della Nazionale di calcio: mi preoccupa invece la situazione politica ed economica del Paese.

Soprattutto la politica. Nemmeno la più stucchevole delle telenovele argentine, per esempio, riuscirebbe a creare il clima che aleggia nel mondo di quello che si era proposto come una sorta di rivoluzione – certo non gentile, visto che è venuto al mondo con una salva di insulti, e a suon di insulti sta avanzando verso il tramonto – ossia il Movimento 5 Stelle.

Lo scenario è sotto gli occhi di tutti: partiti al grido di “Uno vale uno!” e gridando la promessa che avrebbero aperto il Parlamento come una scatoletta di tonno, che avrebbero promosso la trasparenza assoluta a suon di dirette streaming e le scelte dal basso a suon di votazioni on-line riducendo i parlamentari (a onta del dettato costituzionale) a semplici “portavoce”, oggi i grillini si ritrovano di fronte a una realtà in cui più che “uno vale uno” il motto è diventato “Uno decide per tutti”, con Grillo che dice “quell’uno sono io” e Giuseppe Conte che gli risponde “no, quell’uno sono io” mentre probabilmente Luigi Di Maio si dice “Fra i due litiganti il terzo gode”.

Su Giuseppe Conte è stato detto di tutto e di più e anche io non gli ho risparmiato critiche ma eccepire sul suo comportamento in questi giorni mi pare ingeneroso e scorretto: Grillo lo ha chiamato a rifondare il partito e lui ha avanzato le sue proposte; poi lo stesso Grillo lo ha sconfessato e lo ha fatto nell’unico modo che conosce, ossia schernendolo e rovesciando il tavolo e in sostanza ribadendo che il padrone del giocattolo è e resta lui (sempre in barba al conclamato “uno vale uno”).

Conte ha risposto dicendosi indisponibile a fare da prestanome anche se in effetti, nei due governi che ha presieduto, proprio il prestanome ha fatto: beh, meglio tardi che mai, ha avuto un soprassalto di dignità. Criticarlo, ora, per aver avuto questo soprassalto e dargli dell’aspirante tiranno fa un po’ sorridere, visto che se un tiranno c’è nel M5S, quel tiranno risponde al nome di Giuseppe Pietro Grillo.

La telenovela grillina aspetta ora le contromosse del padre – padrone o fondatore e garante, secondo le parole di Conte – di un movimento politico che è oramai agli antipodi di ciò che aveva presunto e promesso di essere. Lo stesso Grillo, che insiste a dirsi difensore del limite dei due mandati, si contraddice promuovendo la ricandidatura di Virginia Raggi a sindaco di Roma, così legittimando per la medesima, che è già stata consigliera comunale, un terzo mandato; dunque da un lato fa il garante dei sacri principi, dall’altro li infrange a piacere.

Grillo non sa più fare il comico, oramai da molto tempo, e comunque non c’è nulla da ridere: a parte gli spasimi del grillismo, si avvicinano a grandi passi scadenze decisive: elezioni amministrative, nuova presidenza della Repubblica e poco oltre rinnovo del Parlamento, mutilato dalla ferma volontà dei grillini di umiliarlo, e il quadro politico è squassato da divisioni, gomitate, colpi bassi, arrivismi e personalismi oggi più che mai.

La telenovela grillina si somma a quella della destra che vuole unificarsi o forse no, con Salvini che ha ricominciato a mostrare il suo faccione davanti a piatti di roba da mangiare, con la Meloni che già si vede a capo del governo e Berlusconi che si sogna presidente della Repubblica e a all’altra telenovela, quella della sinistra che come al solito, incerta sul suo ruolo e sulla sua stessa ragion d’essere, ha poche idee ma ben confuse esclusa l’unica idea che la unifica, e ciò quella di continuare a frazionarsi.

Ma sono cose di secondaria importanza: l’unica cosa che importa ora, stando a quel che sento in giro, è sapere se e perché la Nazionale di calcio si inginocchierà prima della partita contro l’Austria nei quarti di finale del campionato europeo di calcio. La FIGC (Furbescamente Ipocrita Gestione del Calcio) nella migliore tradizione italiana ha scelto una grottesca soluzione pilatesca: se lo farà non sarà per solidarietà nella lotta al razzismo ma per solidarietà alla sola squadra austriaca. Meglio sarebbe stato, allora, non inginocchiarsi affatto.

Mi si perdonerà se continuo a non provare alcun entusiasmo per i successi della Nazionale di calcio.

Giuseppe Riccardo Festa

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