■Antonio Loiacono
L’articolo 9 della Costituzione non lascia spazio a interpretazioni: “La Repubblica tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”. È un principio fondante, un faro che dovrebbe guidare ogni scelta pubblica. Eppure, a Roseto Capo Spulico, quel faro è stato spento. Qui, la Repubblica non tutela: distrugge!
Il castello federiciano, che da secoli veglia sul mare e che rappresenta non solo un monumento, ma un simbolo identitario, un orgoglio calabrese, un biglietto da visita per l’intero Paese, viene umiliato. Condannato a convivere con piloni, gallerie e viadotti innalzati a pochi metri dalla sua maestosa bellezza. Una ferita al cuore del paesaggio, una colata di cemento che nessun proclama su “valorizzazione” o “turismo sostenibile” potrà mai rimarginare.
Eppure, alternative ce n’erano. Lo ricordano gli stessi tecnici: il tracciato poteva e doveva passare più in alto, lontano dal castello, salvaguardando lo scenario naturale e storico che fa di Roseto uno dei luoghi più incantevoli d’Italia. Ma no: si è scelto lo scempio, giustificandolo con l’ennesimo pretesto, il fantomatico giacimento di gas. Una foglia di fico per mascherare la solita logica: il cemento prima di tutto, il paesaggio sacrificato, le comunità locali ignorate.
Non è un dettaglio di poco conto che la società incaricata di eseguire questi lavori sia la stessa che dovrà realizzare il Ponte sullo Stretto di Messina. Se questa è la “cura” riservata a un gioiello come Roseto Capo Spulico, c’è da chiedersi quale devastazione ci attenda quando metteranno mano al paesaggio più fragile e suggestivo del nostro Paese, lo Stretto.
Così, mentre nelle conferenze si riempiono le bocche di parole come “identità culturale” e “sviluppo turistico”, nei fatti si autorizza un delitto contro il patrimonio collettivo. Il castello federiciano non è soltanto un bene architettonico: è un pezzo di storia, un simbolo di memoria, un elemento che appartiene a tutti gli italiani. Profanarlo con opere invasive significa infliggere un colpo mortale alla credibilità delle istituzioni stesse.
Roseto Capo Spulico non è un episodio isolato, è un precedente. Perché se si accetta che persino un castello medievale sospeso tra cielo e mare possa essere sacrificato sull’altare dell’asfalto, allora domani toccherà a qualsiasi altro paesaggio, borgo, monumento. A quel punto, l’articolo 9 della Costituzione non sarà altro che carta straccia.
E allora viene da chiedersi: a che serve parlare di “tutela” se poi la politica sceglie i cantieri contro la bellezza, gli appalti contro l’identità, il calcestruzzo contro la memoria? A Roseto Capo Spulico si sta consumando non solo uno scempio paesaggistico, ma un tradimento istituzionale. Uno di quei tradimenti che non si perdonano e che resteranno scolpiti nella coscienza di chi ama davvero questo Paese.
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