NO: CONDANNARE LA FEROCIA DI NETANYAHU NON SIGNIFICA ESSERE ANTISEMITI

Ancora una volta, e una volta per tutte, non è antisemita denunciare gli orrori che il governo Netanyahu sta commettendo a Gaza, e lascia commettere in Cisgiordania dai coloni israeliani, così come denunciare il problema della mafia e della corruzione in Italia non significa essere anti-italiani: significa ammettere un dato di fatto. Analogamente, criticare le ingiustizie del capitalismo non significa essere comunisti, anche se regolarmente i difensori del liberalismo sfrenato di questi tempi accusano di comunismo chi lo fa; e nemmeno denunciare il pericolo che il fascismo rialzi la testa significa essere comunisti; condannare l’aggressione di Putin all’Ucraina non significa essere anti-russi, così come indignarsi per le sfacciate ingiustizie che negli USA sta commettendo l’amministrazione Trump non significa essere antiamericani; e non è anti-inglese rilevare la stupidità della Brexit e del nazionalismo di Farage.

Checché ne dica il senatore Gasparri, bene ha fatto il sindaco di Bari a bandire Israele – non gli Ebrei: Israele – dalla Fiera del Levante; bene fa la Germania a sospendere la fornitura di armi ad Israele, e bene fanno i Paesi come la Francia, il Canada, la Gran Bretagna, che si apprestano- finalmente – a riconoscere lo Stato di Palestina: non si tratta di antisemitismo, ma di dare dignità, se non sul piano pratico, almeno con un gesto simbolico, a un popolo che da troppo tempo è il punching-ball non solo di Israele ma dell’intero scacchiere politico mediorientale, ivi inclusi i Paesi arabi.

Gran parte dell’opinione pubblica israeliana si sta sollevando contro il cinismo, la ferocia e la disumanità del suo governo, e voci critiche si levano dal mondo intellettuale ebraico un po’ in tutto il mondo, ma su questo il senatore Gasparri e altri portatori d’acqua del governo italiano, come Italo Bocchino, tacciono con disinvoltura, perché dovrebbero accusare di antisemitismo anche questi innumerevoli Ebrei.

Ancora una volta, per quanto dirlo sia ovvio e scontato, quasi banale, è il caso di ripeterlo: criticare il governo Netanyahu per i suoi crimini contro l’umanità non significa schierarsi con i tagliagole di Hamas e giustificare l’orrore di quel maledetto 7 ottobre. Denunciare il genocidio in atto nella Striscia è lontano dall’antisemitismo quanto criticare l’integralismo fanatico e i crimini dei talebani lo è dall’anti-islamismo. Ed è osceno che Netanyahu e i suoi sodali, proprio mentre si comportano esattamente come i nazisti fecero contro il popolo ebraico, usino strumentalmente l’accusa di antisemitismo contro chiunque denunci il crimine di genocidio che stanno commettendo. Netanyahu offende la memoria della Shoah e insulta ogni Ebreo che ne è stato vittima, nel momento in cui se ne serve per legittimare una nuova strage, che per molti suoi ministri è motivata da un odio, e da una pretesa superiorità razziale, in nulla diversi da quelli di Hitler, Goebbels e Goering.

È tempo che, infine, anche il governo italiano abbandoni l’opportunistico doppiopesismo che da un lato gli fa giustamente condannare i crimini di Putin in Ucraina e dall’altro, colpevolmente, gli fa ignorare quelli, analoghi e ancora più feroci, che Netanyahu sta perpetrando in una Palestina rasa al suolo, affamata e assetata, e che ora si appresta ad occupare manu militari per scacciarne definitivamente i legittimi abitanti.

La storia giudicherà chi oggi governa il mondo e noi tutti, dal primo all’ultimo; e sarà severa la sua sentenza verso chi avrebbe potuto agire e non ha agito, avrebbe potuto denunciare ed ha taciuto, avrebbe dovuto condannare e si è invece reso complice o anche, vilmente, ha fatto finta di nulla, ha scrollato le spalle e si è girato dall’altra parte.

Giuseppe Riccardo Festa

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