«NON SIAMO SOLTANTO IL FUTURO, VOGLIAMO ESSERE IL PRESENTE»: SALVATORE GIORDANO, UN ALTRO ORGOGLIO PER SCALA COELI. IL GIOVANE CALABRESE PREMIATO TRA I 60 UNDER 30 CHE CAMBIANO L’ITALIA

Dalle radici materne nel paese ionico all’Università della Calabria, fino al riconoscimento nazionale: la sua proposta è una clausola generazionale per dare più peso al futuro dei giovani

Salvatore Giordano e il premio

■Antonio Loiacono

Ci sono riconoscimenti che appartengono a una persona e poi ci sono quelli che, attraverso una storia individuale, raggiungono una comunità intera.

Per Scala Coeli, la notizia del premio assegnato a Salvatore Giordano ha anche questo significato: scoprire che nelle radici di un giovane capace di farsi ascoltare a livello nazionale c’è una parte di storia familiare che affonda nell’humus del piccolo Comune ionico. Sua madre (Serafina De Simone) è originaria di Scala Coeli. Metà delle sue radici familiari, dunque, guarda a questo paese, alla sua memoria e a quella trama di legami che continua a unire le generazioni anche quando la vita conduce altrove.

Non è un dettaglio anagrafico. È un legame che dà alla notizia un significato particolare per la comunità scalese. Perché vedere un giovane affermarsi, portando nel dibattito pubblico idee e proposte, significa anche riconoscere che il valore di un territorio non si misura soltanto con il numero dei suoi abitanti, ma con ciò che le persone nate dalle sue storie familiari riescono a costruire.

E Salvatore Giordano, oggi, non si limita a occupare uno spazio. Prova a indicare una direzione.

Classe 2003, cosentino, presidente del Consiglio comunale dei Giovani di Cosenza e referente regionale del Network Giovani del Movimento 5 Stelle, Giordano studia Fisica all’Università della Calabria. Alla formazione scientifica affianca l’impegno nella rappresentanza giovanile e l’interesse per la comunicazione delle istituzioni.

Venerdì 9 ottobre, all’Università degli Studi Link di Roma, è stato premiato nell’ambito della quarta edizione di “60 Under 30: Giovani che stanno cambiando il Paese”, iniziativa promossa da Politica Magazine e dall’associazione La Giovane Roma, in partnership con L’Espresso.

Sessanta giovani, trenta ragazze e trenta ragazzi, selezionati per il loro percorso e il loro impegno. Alla cerimonia erano presenti esponenti di primo piano di diversi schieramenti politici, tra cui Antonio Tajani, Matteo Salvini, Elly Schlein, Giuseppe Conte, Carlo Calenda e Angelo Bonelli, oltre al sindaco di Roma Roberto Gualtieri e al presidente della Regione Lazio Francesco Rocca.

Ma il dato più interessante, nella storia di Giordano, non è soltanto il premio. È la domanda che porta con sé: che cosa fa un Paese delle capacità dei suoi giovani, dopo averli formati?

La questione riguarda tutti. Ma per chi cresce nel Mezzogiorno assume un peso ancora più concreto. Studiare, acquisire competenze, coltivare ambizioni non dovrebbe significare prepararsi necessariamente a partire. E restare non dovrebbe comportare la rinuncia a una parte dei propri progetti.

È su questa frattura che Giordano ha costruito una riflessione capace di legare la sua formazione scientifica a una proposta politica.

Il suo ragionamento parte da un principio della fisica: un sistema può possedere una grande quantità di energia, ma non tutta quell’energia è disponibile per produrre lavoro utile. Una parte della capacità di trasformazione si disperde.

Giordano trasferisce questa immagine alla società.

Un Paese investe nell’istruzione, forma professionisti, prepara ricercatori, sviluppa intelligenze e competenze. Poi, però, rischia di disperdere una parte di quel patrimonio tra lavoro precario, opportunità insufficienti, rinunce e partenze obbligate.

La sua osservazione contiene una distinzione decisiva: mentre in fisica la dissipazione segue le leggi della natura, in politica la dispersione del talento può dipendere da scelte precise. E ciò che dipende dalle scelte può essere cambiato.

È qui che la riflessione di uno studente di Fisica diventa una questione di responsabilità pubblica.

Non basta misurare quanto un Paese produce oggi. Bisogna domandarsi anche quante possibilità lascia a chi dovrà viverci domani. Non basta celebrare l’eccellenza individuale. Bisogna interrogarsi sulle condizioni che permettono a quell’eccellenza di nascere, crescere e trovare uno spazio.

Perché il talento non manca necessariamente. A mancare, talvolta, sono le condizioni per trasformarlo in un progetto di vita.

Da questa riflessione nasce la proposta di Giordano: introdurre una clausola generazionale nelle decisioni pubbliche, affinché le conseguenze delle leggi e delle scelte istituzionali sulle generazioni future vengano valutate preventivamente.

Il principio è semplice, ma le sue implicazioni sono profonde.

Ogni decisione dovrebbe essere esaminata anche alla luce delle opportunità che crea o sottrae a chi verrà dopo. Il debito pubblico, la sostenibilità del sistema previdenziale, la transizione climatica, gli investimenti nella ricerca scientifica non sono questioni lontane dalla vita dei giovani. Sono alcune delle variabili che contribuiranno a determinare il Paese in cui dovranno vivere e lavorare.

La proposta non significa attribuire alle nuove generazioni un potere di veto sulle scelte pubbliche. Significa chiedere che il loro interesse non rimanga una formula pronunciata nei discorsi ufficiali, ma diventi un criterio da considerare e valutare nelle decisioni.

In altre parole: chi governa oggi dovrebbe rendere conto anche delle conseguenze che le proprie scelte avranno domani.

È una sfida culturale prima ancora che legislativa. Richiede una politica capace di guardare oltre l’orizzonte della prossima scadenza elettorale e di assumersi la responsabilità degli effetti a lungo termine delle proprie decisioni.

Nel commentare il riconoscimento ricevuto, Giordano ha affidato ai social una riflessione che rivela il senso attribuito al premio: «Per chi, come me, ha sempre pensato che la politica si faccia senza aspettarsi nulla in cambio, ricevere un premio per il proprio impegno politico fa uno strano effetto».

E ancora:

«Ho sempre creduto che il valore dell’impegno pubblico non sia nel nome su una targa, ma nelle cose che restano. Nelle battaglie che porti avanti anche quando nessuno saprà che c’eri».

Parole che spostano l’attenzione dal riconoscimento alla responsabilità che dovrebbe accompagnarlo. Il premio dà visibilità a un percorso, ma non ne certifica da solo i risultati futuri. Saranno la coerenza dell’impegno, la capacità di tradurre le idee in proposte concrete e l’effettiva utilità per la collettività a misurarne il valore nel tempo.

Giordano lo sa. E non nasconde il significato personale della sua battaglia: «Dalle opportunità negate alla mia generazione al diritto di restare al Sud senza rinunciare alle proprie ambizioni».

È una frase che parla anche a Scala Coeli. A un paese che conosce il peso delle distanze, la fatica delle opportunità limitate e il valore dei legami familiari che resistono al tempo e alle partenze.

Le origini materne non trasformano automaticamente ogni sua battaglia in una battaglia del paese. Ma consentono alla comunità scalese di riconoscersi in questa storia e di sentirla, legittimamente, anche un po’ propria.

C’è un orgoglio particolare nel sapere che un giovane impegnato nel dibattito nazionale porta con sé anche le radici di Scala Coeli.

Non perché un premio nazionale basti a rendere grande un paese. E neppure perché il successo di una persona possa essere attribuito a un’intera comunità. Ma perché ogni storia personale nasce da una trama di luoghi, relazioni, sacrifici e memorie che contribuiscono a formare chi siamo.

Le radici non determinano il destino. Lo accompagnano.

Per Scala Coeli, il legame con Giordano è dunque motivo di soddisfazione, ma anche un’occasione per riflettere sul significato più ampio della sua proposta. Quanti giovani possiedono capacità e idee che rischiano di non trovare lo spazio necessario? Quanti sono costretti a trasferirsi per realizzare aspirazioni che vorrebbero coltivare nella propria terra? E quante decisioni pubbliche vengono assunte senza considerare adeguatamente il prezzo che le nuove generazioni potrebbero pagare?

Sono interrogativi ai quali un premio non può rispondere. Ma può contribuire a portarli all’attenzione pubblica.

Giordano ha concluso il suo messaggio con parole che definiscono con precisione la posta in gioco:

«Non ci serve una politica che celebri i giovani una sera e torni a ignorarli il mattino dopo. Non basta cambiare i volti se non cambia il modo di esercitare il potere».

E poi la frase che riassume il senso della sua riflessione: «Non chiediamo di essere considerati il futuro di questo Paese. Rivendichiamo il diritto di essere parte del suo presente».

È qui che il premio trova il suo significato più autentico. Non nell’applauso ricevuto a Roma, ma nella questione che lascia aperta. Non nella promessa di un domani migliore, ma nella richiesta di cambiare le condizioni dell’oggi.

Perché il futuro non è una terra lontana alla quale consegnare, prima o poi, le chiavi del Paese. È già dentro le decisioni che prendiamo, nei diritti che garantiamo, nelle opportunità che rendiamo accessibili e in quelle che lasciamo svanire.

E se da Scala Coeli arrivano anche le radici di un giovane che chiede alla politica di assumersi questa responsabilità, il paese ha una ragione in più per seguirne il percorso con orgoglio.

Non per il nome inciso su una targa. Ma per la speranza che quelle idee possano diventare fatti, e che nessun giovane debba essere costretto a scegliere tra le proprie ambizioni e la terra da cui proviene.

 

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