■Antonio Loiacono
C’è una scena che, più di ogni relazione tecnica o dichiarazione politica, racconta lo stato delle case popolari di Scala Coeli.
Nel seminterrato allagato dell’edifico degli alloggi ATERP, in via Aldo Moro, tra ferri ossidati, muffa e acqua stagnante; galleggia una piccola barchetta di plastica: un gadget per bambini. Non in una pozzanghera dopo un temporale. Non dentro un cortile. Ma nelle fondamenta di edifici abitati.
È qui che emergono le prime anomalie.
Perché quell’acqua, secondo quanto riferiscono residenti e testimonianze raccolte sul posto, non sarebbe un problema episodico. Sarebbe presente da decenni. Una condizione diventata permanente. Invisibile forse agli uffici. Non a chi vive ogni giorno dentro quelle mura.
A Scala Coeli, piccolo centro dell’entroterra calabrese, il patrimonio di edilizia residenziale pubblica appare oggi come un archivio fisico del tempo trascorso senza manutenzione. Gli ex alloggi INA-Casa di via Roma, gli edifici di via Aldo Moro e le strutture incompiute di Contrada San Leo mostrano crepe diffuse, infiltrazioni croniche, vegetazione incontrollata e segni evidenti di deterioramento strutturale.
Sulla carta, quelle abitazioni erano nate per garantire stabilità sociale e diritto alla casa. Le INA-Casa, avviate nel dopoguerra attraverso la cosiddetta Legge Fanfani, rappresentavano uno dei più importanti programmi pubblici italiani di edilizia sociale. Non semplici alloggi popolari, ma un progetto di ricostruzione civile: lavoro, abitazioni, comunità.
Oggi, invece, alcune di quelle strutture sembrano sospese in una zona grigia amministrativa.
Le infiltrazioni risalgono lungo i muri. Gli intonaci si gonfiano. L’umidità annerisce soffitti e pareti. In diversi ambienti l’odore stagnante diventa persistente. Dentro questi spazi vivono famiglie, anziani e bambini.
Da una parte si continua a parlare di diritto all’abitare e rigenerazione urbana. Dall’altra, interi immobili risultano degradati o mai realmente entrati in funzione. A Contrada San Leo gli alloggi non sarebbero stati assegnati ma mai consegnati. Oggi appaiono vandalizzati, invasi dalla vegetazione e privi di manutenzione. Finestre divelte, porte danneggiate, spazi trasformati in strutture vuote senza destinazione chiara.
Dietro la versione ufficiale resta una domanda: quante verifiche sono state realmente effettuate negli anni?
Perché il punto centrale non riguarda soltanto il decoro urbano. Il tema è strutturale e sanitario.
L’umidità cronica, secondo la letteratura medica e tecnica consolidata, può incidere sulle condizioni respiratorie, soprattutto nei soggetti più fragili. Le infiltrazioni prolungate possono inoltre compromettere nel tempo materiali e stabilità degli edifici. Non si conoscono dati tecnici aggiornati, perizie pubbliche o verifiche strutturali recenti che consentano di quantificare il livello effettivo del rischio.
Ed è proprio questa assenza a diventare significativa.
Perché quando il degrado si prolunga per anni senza una documentazione pubblica facilmente accessibile sugli interventi effettuati, il vuoto amministrativo finisce per trasformarsi in percezione di abbandono.
Parlando con i residenti emerge soprattutto una sensazione: quella di essere diventati invisibili. Non utenti di un servizio pubblico, ma pratiche ferme dentro percorsi burocratici senza tempi certi.
Nel frattempo il deterioramento continua.
Le aree esterne risultano in diversi punti invase da sterpaglie e rovi. Gli spazi comuni perdono funzionalità. Gli edifici non recuperati diventano simboli materiali di risorse pubbliche rimaste incompiute. E mentre il patrimonio si consuma lentamente, aumenta il costo futuro di qualsiasi intervento di recupero.
È qui che il nuovo dibattito nazionale sul cosiddetto “Piano Casa” incrocia realtà periferiche come Scala Coeli.
Perché il problema non riguarda soltanto la costruzione di nuovi alloggi. In territori segnati da spopolamento e fragilità economica, la questione centrale appare un’altra: recuperare ciò che esiste già prima che diventi irrecuperabile.
Un piano di rilancio dell’edilizia pubblica, in un contesto come questo, significherebbe drenaggio delle infiltrazioni, consolidamento delle strutture, bonifiche dall’umidità, manutenzione programmata e riqualificazione energetica. Ma soprattutto continuità amministrativa.
Non interventi episodici. Non sopralluoghi isolati. Non annunci.
Perché quando l’acqua ristagna per anni nelle fondamenta di edifici abitati, il problema smette di essere soltanto tecnico: diventa istituzionale.
È il racconto di un deterioramento lento, progressivo, sedimentato nel tempo. Una somma di rinvii, manutenzioni assenti e responsabilità difficili da ricostruire.
E forse è proprio questo l’aspetto più difficile da misurare: il momento esatto in cui il degrado smette di essere una criticità temporanea e diventa normalità amministrativa.



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