VOTO FUORI SEDE, UNA BATTAGLIA LUNGA SETTE ANNI MA LE COMUNALI RESTANO AL PALO!

Dalla proposta parlamentare del 2019 alla mobilitazione dei giovani calabresi del 2021, fino alle sperimentazioni del 2024 e del 2025: la possibilità di votare lontano da casa è stata discussa e sperimentata. Ma per scegliere sindaci e consigli comunali la questione resta aperta

Il voto non dovrebbe conoscere distanze.

■Antonio Loiacono

C’è una contraddizione che continua a segnare il diritto di voto in Italia: un cittadino può trovarsi a centinaia di chilometri dal proprio comune per studiare o lavorare, ma quando arriva il momento di scegliere il sindaco e il consiglio comunale del luogo in cui è residente deve comunque fare ritorno, se vuole partecipare alla consultazione. Oppure rinunciare!

Non è un problema marginale. Riguarda studenti, lavoratori e persone che, per ragioni personali e familiari, vivono lontano dal comune in cui sono iscritti nelle liste elettorali. E assume un peso particolare nei territori dai quali tanti giovani partono per cercare opportunità altrove, senza per questo perdere il legame con la propria comunità d’origine.

La storia parlamentare del voto fuori sede ha tappe precise. Nel 2019 venne presentata alla Camera la proposta di legge C.1714, dedicata alla possibilità di votare in un comune diverso da quello di residenza per motivi di studio, lavoro o cura. È una delle prime tappe documentate di un percorso legislativo che, negli anni successivi, avrebbe assunto una dimensione più ampia.

Il passaggio più significativo arrivò nel 2021, quando fu avviato l’esame della proposta C.3007, a prima firma del deputato Giuseppe Brescia. Il testo puntava a consentire agli elettori temporaneamente domiciliati fuori dalla regione di residenza di votare anche per le elezioni regionali e comunali.

Non si trattava soltanto di un’iniziativa parlamentare. Dietro quella proposta c’era anche la mobilitazione di giovani calabresi, tra cui il Collettivo Valarioti, e una rete di realtà associative riunite attorno alla campagna «Voto sano da lontano».

Il resoconto della Commissione Affari costituzionali della Camera del 29 aprile 2021 documenta esplicitamente il contributo del gruppo di giovani calabresi e l’elaborazione della proposta da parte dei costituzionalisti Roberto Bin e Salvatore Curreri.

Un passaggio importante, soprattutto per una regione come la Calabria, che conosce da vicino il fenomeno dell’emigrazione giovanile. La richiesta era semplice nella sua formulazione, ma rilevante nelle conseguenze: evitare che la distanza geografica e i costi del viaggio diventassero un ostacolo concreto alla partecipazione democratica.

L’esame parlamentare della proposta C.3007, tuttavia, non arrivò a conclusione. La questione rimase aperta.

Negli anni successivi il legislatore ha cominciato a intervenire, ma attraverso misure sperimentali e circoscritte.

In occasione delle elezioni europee del 2024 è stata introdotta la possibilità di votare fuori sede per gli studenti che possedevano i requisiti previsti e presentavano apposita domanda. Secondo il Ministero dell’Interno, furono 23.734 gli studenti che chiesero di usufruire della misura.

Nel 2025, in occasione dei referendum dell’8 e 9 giugno, la possibilità è stata estesa agli elettori temporaneamente domiciliati in un comune situato in una provincia diversa da quella del comune di residenza, per motivi di studio, lavoro o cure mediche, con un domicilio temporaneo di almeno tre mesi e nel rispetto delle procedure previste.

Sono stati passi avanti concreti. Hanno dimostrato che organizzare il voto fuori sede è possibile, attraverso regole, verifiche e procedure amministrative specifiche.

Ma una sperimentazione limitata a determinate consultazioni non equivale a un diritto generale, stabile e valido per ogni tipo di elezione. Ed è proprio qui che si trova il nodo ancora irrisolto.

Ieri, 8 ottobre 2026, la Camera dei deputati ha approvato definitivamente la proposta di legge C.2822-B, contenente disposizioni in materia di elezioni della Camera e del Senato.

Il provvedimento interviene anche sul voto fuori sede. L’articolo 8 prevede la possibilità di votare nel comune di temporaneo domicilio per le elezioni politiche, per quelle europee e per i referendum previsti dagli articoli 75 e 138 della Costituzione.

Il testo approvato stabilisce, per la disciplina ordinaria introdotta, requisiti legati ai motivi di studio o lavoro, al domicilio in un comune situato in una regione diversa da quella del comune di iscrizione elettorale e a una permanenza prevista di almeno nove mesi, oltre a termini e procedure per chiedere l’iscrizione nell’elenco degli elettori fuori sede.

Alla data odierna, la scheda ufficiale del Senato indica il provvedimento come approvato definitivamente, ma non ancora pubblicato.

La novità è importante, ma occorre evitare equivoci: l’articolo 8 non comprende le elezioni comunali. Non consente, quindi, a chi vive temporaneamente fuori dal proprio comune di votare nel luogo in cui si trova per scegliere il sindaco e il consiglio comunale del comune di residenza.

È una distinzione decisiva. La riforma allarga le possibilità di esercitare il diritto di voto, ma non risolve il problema sollevato nel 2021 dalla proposta C.3007 e dalla mobilitazione che l’aveva accompagnata.

Il punto non è sostenere che tutte le elezioni siano identiche o che non esistano difficoltà organizzative. Le consultazioni comunali presentano caratteristiche specifiche: il voto riguarda candidati, liste e interessi legati a una comunità territoriale precisa. Un’eventuale estensione del voto fuori sede dovrebbe perciò definire con chiarezza le modalità di ammissione, le verifiche necessarie e le garanzie per la regolarità del procedimento elettorale.

Ma le difficoltà tecniche non possono diventare, da sole, la risposta definitiva a una domanda che riguarda l’effettiva partecipazione democratica.

Chi studia o lavora lontano da casa non smette per questo di avere interessi, legami e responsabilità nel proprio comune. Può voler partecipare alla scelta di chi amministrerà il territorio in cui ha la residenza, dove vivono i familiari, dove possiede una casa o dove intende tornare.

Per molti giovani calabresi, poi, il problema assume un significato ancora più concreto. Le distanze, il costo dei trasporti e la difficoltà di conciliare il viaggio con il lavoro o lo studio possono trasformare un diritto formalmente riconosciuto in una possibilità difficile da esercitare.

Dal 2019 al 2026 non si può dire che sul voto fuori sede non sia accaduto nulla. Ci sono state proposte di legge, mobilitazioni civiche, discussioni parlamentari e sperimentazioni per le elezioni europee e i referendum. Il quadro normativo si è mosso, ma in modo graduale e limitato a determinate consultazioni.

La domanda che il Parlamento dovrebbe affrontare è dunque precisa: perché un cittadino temporaneamente lontano dal proprio comune può essere ammesso al voto per alcune consultazioni nazionali ed europee, ma non dispone di una disciplina generale analoga quando si tratta di scegliere il sindaco e il consiglio comunale?

Non basta invocare la modernizzazione delle procedure elettorali. Occorre verificare se le regole siano davvero in grado di favorire la partecipazione, senza discriminare di fatto chi, per ragioni di studio o lavoro, è costretto a vivere lontano.

La battaglia per il voto fuori sede non è finita. Ha ottenuto risultati, ma non ha ancora raggiunto tutti gli obiettivi per i quali è nata. E per i giovani che hanno contribuito a portarla all’attenzione delle istituzioni, a cominciare da quelli mobilitati in Calabria nel 2021, resta una questione essenziale: poter esercitare il proprio diritto di voto senza che la distanza da casa diventi una barriera alla democrazia.

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