QUANDO LE PAROLE FERISCONO PIÙ DELLE IDEE

Quando la critica si trasforma in offesa, la politica smette di essere confronto e diventa spettacolo. E a pagare, ancora una volta, è il senso civico del Paese

Maurizio Landini

Le parole contano. E quelle pronunciate dal segretario generale della CGIL, Maurizio Landini, nei confronti della presidente del Consiglio Giorgia Meloni — definita “cortigiana” — pesano come macigni.
Un termine che Landini ha usato con tono sarcastico, forse per sminuire il legame della premier con i poteri economici o istituzionali, ma che ha finito per rivelarsi altro: un insulto sessista, personale, inutile.
Non è più critica politica, è derisione. E da un leader sindacale, che dovrebbe rappresentare il lavoro, la dignità e il rispetto, è un brutto segnale.

L’Italia ha una lunga tradizione di polemiche aspre e dialettica accesa, ma qui siamo oltre la satira e ben dentro la delega al disprezzo. Quando un rappresentante sindacale o politico ricorre a termini che alludono, anche indirettamente, alla sfera privata o al genere, non colpisce l’avversario: colpisce il rispetto stesso del confronto democratico.
Le parole di Landini non sminuiscono la Meloni, sminuiscono la qualità del dibattito pubblico.

Le reazioni, prevedibilmente, non si sono fatte attendere.
Dalla maggioranza, Fratelli d’Italia ha parlato di “linguaggio indegno” e di “offesa non solo alla premier, ma a tutte le donne italiane che hanno raggiunto ruoli di potere con merito e determinazione”.
La Lega ha chiesto le scuse immediate del segretario della CGIL, definendo l’episodio “una macchia sulla credibilità del sindacato”.
Anche Forza Italia ha espresso solidarietà alla presidente del Consiglio, sottolineando che “la battaglia politica non può mai scadere nell’insulto personale”.

Dal fronte opposto, le reazioni sono state più sfumate.
Nel Partito Democratico, alcuni dirigenti hanno preso le distanze, parlando di “parole inopportune” e ricordando che “le battaglie si vincono con le idee, non con le offese”.
Altri, invece, hanno difeso Landini, sostenendo che si trattasse di “una provocazione nel contesto di un discorso politico duro ma legittimo”.
Il Movimento 5 Stelle ha evitato di schierarsi apertamente, ma ha invitato “tutti i leader pubblici a usare un linguaggio più sobrio e rispettoso”.

La questione, però, non è difendere o attaccare Giorgia Meloni. Il punto è capire quale livello di comunicazione abbiamo raggiunto.
Il linguaggio politico in Italia è ormai dominato da slogan, insulti, battute e allusioni. Si parla per ferire, non per convincere. Si cerca l’applauso dei propri sostenitori, non l’ascolto di chi la pensa diversamente.
E così, giorno dopo giorno, la politica diseduca: insegna che il confronto è scontro, che la forza sta nella voce più alta, non nell’argomento più solido.

In un Paese in cui la sfiducia nella politica cresce, dove i giovani si allontanano dal voto e dalla partecipazione civile, l’esempio che arriva dall’alto è desolante.
Se chi guida un partito o un sindacato usa le parole come pietre, che lezione di cittadinanza stiamo offrendo?
Non serve moralismo, basta buon senso: chi ha una responsabilità pubblica ha anche una responsabilità linguistica. Ogni frase pronunciata in pubblico ha un peso sociale, perché contribuisce a definire ciò che riteniamo accettabile.

Landini avrebbe potuto — e dovuto — criticare la premier per le politiche economiche, per le scelte sul lavoro, per i tagli, per la mancanza di dialogo con i sindacati. Aveva tutti gli strumenti per farlo.
Invece ha scelto la scorciatoia dell’offesa. Una scelta che non rafforza le sue ragioni, ma le indebolisce.
La credibilità non si costruisce alzando la voce, ma alzando il livello.

Questo episodio, come tanti altri negli ultimi anni, ci ricorda che il degrado della politica non inizia dai comportamenti, ma dalle parole.
Le parole creano cultura, e la cultura forma comportamenti.
Finché chi ha un microfono in mano continuerà a usarlo per dividere, umiliare o banalizzare, il nostro dibattito resterà povero, rumoroso e sterile.
La politica italiana non ha bisogno di nuovi insulti: ha bisogno di nuove idee, nuovi toni e nuove regole di rispetto reciproco.

E sì, forse serve anche ricordare che la fermezza non si misura in decibel. Si misura in decenza.

 

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