BOMBE SOTTO CASA, PAURA SOTTO PELLE: L’ATTENTATO A SIGFRIDO RANUCCI E IL RITORNO DI UN’ITALIA CHE NON VUOLE TACERE

La bomba contro Ranucci e la sfida alla libertà d’inchiesta

Sigfrido Ranucci

Antonio Loiacono

Nella notte silenziosa di Pomezia, intorno alle 22, una deflagrazione ha squarciato non solo il buio, ma anche la fragile quiete di un Paese che credeva di aver sepolto per sempre l’ombra della paura. L’attentato dinamitardo sotto casa di Sigfrido Ranucci, giornalista e volto storico di Report, non è solo un vile atto intimidatorio: è un segnale sinistro che parla di libertà sotto assedio, di verità che fanno ancora paura, di un clima che torna a farsi denso, come negli anni in cui la voce di chi denunciava veniva messa a tacere con l’esplosivo.

Secondo le prime ricostruzioni, l’ordigno rudimentale (è stato usato almeno un chilo di esplosivo) è stato collocato, presumibilmente, la sera stessa nei pressi dell’abitazione del giornalista. Non ha provocato vittime, ma l’intento è chiaro: colpire la libertà d’inchiesta, ferire simbolicamente uno dei pochi volti televisivi che ancora si ostinano a indagare, raccontare, scoprire ciò che molti vorrebbero restasse nascosto.
La Digos e la Procura di Roma hanno immediatamente avviato le indagini, mentre l’eco dell’attentato si è diffusa in poche ore sui social e nei palazzi della politica. Solidarietà trasversale è arrivata da giornalisti, cittadini, esponenti di governo e opposizione. Ma sotto le parole di circostanza serpeggia una domanda più profonda: com’è possibile che nel 2025 in Italia si debba ancora temere per la propria incolumità solo perché si fa informazione?

Sigfrido Ranucci, noto per le sue inchieste sul potere, sulla criminalità organizzata e sui rapporti opachi tra affari e politica, è da tempo bersaglio di minacce. Ma questa volta il messaggio è stato più violento, più diretto. L’esplosivo come linguaggio dell’odio, come ultimo baluardo di chi non ha più argomenti.
Gli esperti di sicurezza parlano di “atto dimostrativo” ma non escludono la pista mafiosa o quella di ambienti estremisti. “Un gesto che mira a zittire un giornalismo scomodo”, ha commentato l’Ordine dei Giornalisti, mentre Ranucci, con la compostezza che lo contraddistingue, ha dichiarato: «É un attacco al servizio pubblico!».

L’attentato riporta alla memoria gli anni bui in cui bombe e minacce scandivano la cronaca italiana. Ma la differenza, oggi, è nella consapevolezza collettiva: la società civile, più informata e più connessa, reagisce in tempo reale. Sui social si moltiplicano messaggi di solidarietà, ma anche richieste concrete di protezione per chi, come Ranucci (già sotto scorta) continua a esercitare il mestiere più scomodo — e più necessario — della democrazia.

Eppure, il ritorno di un “clima di paura” non è solo una questione di sicurezza. È una ferita nella fiducia pubblica, un segnale di arretramento culturale. Quando un giornalista viene minacciato, non è solo lui a essere colpito: è la società intera che perde un pezzo della propria libertà.
Ogni bomba contro un cronista è una bomba contro la trasparenza, contro la giustizia, contro il diritto dei cittadini a sapere.

Forse la domanda che resta sospesa, dopo l’eco della deflagrazione, è questa: quanto siamo disposti a difendere la verità, anche quando ci fa paura?
Perché se un ordigno può far tremare i muri di una casa, molto più devastante sarebbe il silenzio che ne seguirebbe. E di silenzio, in questo Paese, ne abbiamo già sentito fin troppo.

 

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