■Antonio Loiacono
Prima arriva il rumore. Non sempre quello del tuono: spesso quello dell’acqua che trova un varco dove non dovrebbe, del vento che scuote serrande, lamiere, nervi. Poi viene il resto — le frane minute, i muri cedevoli, le strade interrotte, i conti da rifare. In Calabria, tra il 16 e il 18 marzo, il maltempo ha lasciato soprattutto questo: una geografia incrinata.
Con decreto firmato il 27 aprile 2026, il presidente della Regione Roberto Occhiuto ha dichiarato lo stato di emergenza regionale per 48 Comuni interessati dai danni provocati da quell’ondata meteorologica avversa. La durata prevista è di sei mesi, con possibilità di proroga per altri sei. La formula è amministrativa, persino asciutta. Ma dentro quelle parole c’è un’ammissione precisa: non si è trattato di un episodio ordinario!
I territori coinvolti attraversano quasi tutta la Calabria e ne raccontano, indirettamente, la fragilità diffusa: dalla fascia ionica alle aree interne, dai centri costieri ai paesi di collina: Acquaro, Albidona, Alessandria del Carretto, Amendolara, Arena, Belcastro, Botricello, Caccuri, Calopezzati, Caloveto, Campana, Campo Calabro, Capistrano, Cariati, Cassano allo Ionio, Castroregio, Catanzaro, Cessaniti, Cirò Marina, Corigliano-Rossano, Crosia, Curinga, Dinami, Filadelfia, Gasperina, Gerace, Isola di Capo Rizzuto, Lamezia Terme, Locri, Mandatoriccio, Marina di Gioiosa Ionica, Martirano, Mesoraca, Monasterace, Papasidero, Pizzo, Pizzoni, Reggio Calabria, San Giorgio Morgeto, San Nicola da Crissa, San Pietro di Caridà, Santa Caterina dello Ionio, Scala Coeli, Sersale, Sorianello, Strongoli, Terravecchia e Torre di Ruggiero. Nomi diversi, stesso lessico nei giorni della pioggia: smottamenti, allagamenti, carreggiate lesionate, paura.
La relazione tecnica allegata al provvedimento parla di precipitazioni intense, forti raffiche di vento, mareggiate lungo le coste esposte, danni alle infrastrutture viarie e alle opere di regimazione idraulica. Traduce in linguaggio istituzionale ciò che molti cittadini avevano già compreso guardando fuori dalla finestra o tentando di rientrare a casa.
Nei giorni dell’emergenza la Protezione civile regionale ha diramato allerte di livello arancione e giallo; sono stati registrati anche messaggi di superamento soglia “L3”, il livello massimo previsto dal sistema regionale per eventi in corso. Dettagli tecnici, sì. Ma i dettagli tecnici, quando si parla di meteo estremo, spesso coincidono con il confine sottile tra prevenzione e danno maggiore.
Per un piccolo comune calabrese dell’entroterra, la dichiarazione di emergenza regionale può rappresentare molto più di un semplice atto amministrativo: è uno strumento capace di trasformare una crisi locale in priorità istituzionale. In presenza di frane, dissesto idrogeologico, incendi, crisi idrica o danni alle infrastrutture, consente infatti di attivare procedure straordinarie, accelerare gli interventi urgenti e reperire risorse economiche dedicate.
Tra i benefici più immediati rientrano il ripristino della viabilità, la messa in sicurezza del territorio, il sostegno alla rete idrica e ai servizi essenziali, oltre al rafforzamento operativo garantito da Protezione Civile, tecnici specializzati e mezzi aggiuntivi. Per realtà con bilanci limitati e strutture comunali ridotte, si tratta spesso di un supporto decisivo.
La dichiarazione di emergenza assume inoltre un forte valore politico e istituzionale, perché certifica la gravità della situazione e rafforza le richieste di ulteriori fondi verso livelli superiori di governo, aprendo anche la strada a eventuali misure nazionali.
Resta una domanda che il decreto non può sciogliere: quante volte ancora si dovrà rincorrere l’emergenza invece di anticiparla? La Calabria conosce da anni la vulnerabilità del proprio territorio. Torrenti tombati, manutenzioni intermittenti, versanti trascurati, coste esposte. Ogni nuova perturbazione sembra limitarsi a riaprire ferite già note.
Lo stato d’emergenza serve. Permette procedure più rapide, risorse, interventi. Sarebbe ingeneroso negarlo. Ma nessun atto firmato in ufficio asciuga da solo una cantina invasa dal fango, ricuce una strada provinciale spezzata, restituisce serenità a chi al primo temporale controllerà ancora il livello dell’acqua davanti al portone.
Resta però un punto essenziale: senza una rapida quantificazione dei danni, progettualità concreta e tempestività amministrativa, il rischio è che l’emergenza resti soltanto sulla carta. Quando invece viene accompagnata da atti efficaci, può tradursi in cantieri aperti, opere reali e risposte immediate per cittadini e imprese.
Intanto la Regione compie il passo necessario. Il resto — che è la parte più difficile — comincia adesso, quando i riflettori si abbassano e rimangono i paesi, le ruspe, i tecnici, le promesse da mantenere. In Calabria, spesso, la vera prova inizia dopo la tempesta!
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