Netanyahu: la forza del diritto, o il diritto del più forte?

Non è facile parlare del conflitto che da decenni insanguina la cosiddetta Terra Santa opponendo israeliani a palestinesi: se si critica Israele partono subito le accuse di antisemitismo e simpatia per il terrorismo, se viceversa si criticano i palestinesi si viene tacciati di simpatie per il colonialismo e di filo fascismo.

Dunque chiariamo subito che lo Stato di Israele, la cui nascita è stata sancita nell’ormai lontano 1948 dalla stragrande maggioranza degli Stati membri dell’ONU, ha il diritto di esistere e che non proviamo nessuna simpatia per chi a coltellate, o con razzi, o con bombe o con assalti suicidi aggredisce gente innocente, quali che siano le sue motivazioni, perché noi (vi accomuno, miei ventiquattro pazienti lettori, nel mio giudizio) pensiamo che la violenza non sia mai, mai e poi mai la soluzione di un problema e se mai ne è un’aggravante. Dunque diciamo un sonoro NO ad ogni atto di terrorismo consumato ai danni dei cittadini Israeliani, i quali hanno il diritto di vivere la loro vita in pace e serenamente nelle loro città, all’interno del loro legittimo Stato.

Peccato però che lo Stato di Israele, che giustamente rivendica questo diritto, lo neghi ai suoi vicini Palestinesi.

Le ragioni, con un candore e una sincerità che non è sbagliato definire cinismo, le ha illustrate ieri a Bruxelles il premier Israeliano Benjamin Netanyahu il quale, alle critiche degli Europei per le pretese Israeliane e per l’alzata d’ingegno di Donald Trump a proposito di Gerusalemme capitale (soltanto) del suo Stato, ha replicato affermando che bisogna accettare lo stato delle cose; e che Gerusalemme, a suo dire, è da tremila anni capitale di Israele.

Al di là della rivendicazione millenaristica, che lascia il tempo che trova, il vero senso delle parole di Netanyahu è un altro, e sta nella rivendicazione del diritto del più forte a fare quello che gli pare. Con una durezza appena appena mitigata dal velo del linguaggio diplomatico, egli ha rammentato a tutti che da quelle parti Israele è più forte, e dunque se ne infischia dei diritti dei Palestinesi, delle risoluzioni ONU, dell’illegittimità degli insediamenti in Cisgiordania, degli abusi dei suoi coloni che sottraggono l’acqua ai contadini Palestinesi, della ghettizzazione cui costringe la gente nella Striscia di Gaza.

Consapevole della sua forza, Netanyahu può tranquillamente affermare che le risoluzioni ONU sono legittime solo quando proteggono Israele e sono antisemite in caso contrario, e antisemita è ogni critica alla sua politica. Può permettersi di difendere il diritto di Israele ad esistere con la stessa sicurezza con cui nega ai Palestinesi lo stesso diritto; e può permettersi di fare il gradasso perché alle spalle, di solito entusiasti e ogni tanto riluttanti,  ha da sempre a proteggerlo i governi statunitensi, che non possono rinunciare a un alleato così importante in un’area così strategica del mondo.

E così, in barba al diritto internazionale e spesso anche alle più elementari regole dell’umanità, Israele, semplicemente, fa quello che gli pare. È il più forte, in quell’area, e lo ha dimostrato ogni volta che qualcuno ha osato mettere in discussione la sua forza. In senso più lato è anche, tristemente, un paradigma del vero senso della politica internazionale che da sempre, in barba alle dichiarazioni di principio, è determinata dal peso politico, economico e militare dei contendenti. Noi Europei questo approccio lo abbiamo seguito per secoli, e solo dopo la Seconda Guerra Mondiale abbiamo cominciato – almeno in teoria – a ragionare in termini diversi.

Benjamin Netanyahu non fa altro che rammentare a tutti che la storia, e la natura umana, se ne infischiano delle teorie, del diritto e dell’umanità: e, che ci piaccia o no, danno ragione al più forte.

Giuseppe Riccardo Festa

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