OCCHIO PER OCCHIO NON È LA SOLUZIONE

Noi, qui in Italia, di problemi ne abbiamo, e anche seri. A tal punto che alla parola “crisi” possiamo associare un elenco impressionante di aggettivi: occupazionale, produttiva, finanziaria, fiscale, morale, politica, corruttiva, e chi più ne ha più ne metta.

Sono problemi terribili: le statistiche parlano di dieci milioni di poveri, che vuol dire un italiano su sei; e fra questi, 303 mila indigenti. Essere indigente, capiamoci bene, vuol dire alzarsi la mattina, saltare la colazione e non essere sicuri di trovare qualcosa da mettere sotto i denti per il pranzo.Eppure c’’è chi sta molto, molto peggio; solo che fatichiamo a rendercene conto, o forse ci rifiutiamo di farlo.

Noi italiani, si sa, siamo provinciali. Il resto del mondo lo visitiamo, certo, e al ritorno scassiamo gli zebedei a parenti e amici per mostrare loro i “selfie” (un tempo erano le diapositive) delle vacanze, e dirci addosso con aria saputa che sì, per carità, Parigi è affascinante, Londra è magnifica, New York è straordinaria; ma il caffè è una ciofeca, e che schifo gli spaghetti stracotti; e poi come sono ridicoli, gli americani, coi pantaloni alla saltafossi e la giacca con uno spacco solo dietro.…

Ma a volte la realtà delle cose riesce a penetrare oltre questo muro di gretto e miope provincialismo, e allora abbiamo dei soprassalti di consapevolezza. È un po’’ come quando, dopo esserti lamentato per il rubinetto che perde, o per un votaccio di tuo figlio a scuola, o perché ti hanno beccato con l’’autovelox, vieni a sapere che una persona cui vuoi bene, ma che hai perso di vista da tanto tempo, ha avuto un ictus ed è inchiodata su una sedia a rotelle: ridimensioni le cose e le rimetti nella giusta proporzione.

L’’Afghanistan, dove pure c’’è un nostro contingente militare, è praticamente sparito dai notiziari. Riemerge saltuariamente, in qualche rapido servizio, quando una bomba più micidiale delle altre esplode a Kabul o a Nassirija. Lo stesso vale per l’’Iraq, dove la politica lungimirante di George W.Bush sta raggiungendo il suo esito finale: la trasformazione del Paese in un califfato integralista. In Ucraina, filorussi e filogovernativi si danno a vicenda del fascista e si sparano addosso, dopo essere stati per secoli un unico popolo, con un’’unica cultura e più o meno un’’unica lingua. In Libano, e in Libia, ogni tanto scoppia un’’autobomba da qualche parte; muore un po’’ di gente, ma va be’’, niente di nuovo sotto il sole. In Siria si muore, da anni ormai, per una guerra civile senza quartiere che oppone il regime di Hassad a non si sa bene chi: ci sono dentro sinceri democratici ma anche fanatici islamici; e tra i fanatici islamici ci sono gli sciiti che odiano i sunniti, e i sunniti che odiano gli sciiti, e ancora jihaidisti e al-kaedisti…. E poi c’è la Striscia di Gaza, il carcere a cielo aperto dove alcuni milioni di Palestinesi -– donne, uomini, vecchi, bambini – hanno la disgrazia di pretendere di esistere, e sono il punching-ball sul quale si sfoga la voglia di odio di Hamas verso Israele e di Israele verso Hamas.

Si muore, in tutti questi posti: Afghanistan, Siria, Libano, Libia, Ucraina, Striscia di Gaza. Si muore per inconfessabili interessi economici che alimentano dichiarati odî etnici, religiosi e culturali.

E noi? Come i manzoniani capponi di Renzo, mentre tutto intorno il mondo s’’incendia e minaccia di bruciare noi non sappiamo fare di meglio che guardarci l’’un l’’altro in cagnesco, irrimediabilmente presi nel gioco immutabile che ci impone di dividerci in partiti, e nei partiti in correnti, e nelle correnti in distinguo, e nei distinguo in precisazioni ulteriori.

Ci va bene che, finita l’’epoca del terrorismo – nero, rosso e mafioso, – da un po’’ non ci sono più bombe nelle piazze, sui treni e sulle strade, anche se c’’è chi, anche da noi, vorrebbe rinverdire quei tristi allori e cerca di fomentare l’’odio -– politico, di classe ed etnico -– facendo leva sulla legittima esasperazione di quei disperati che dicevo prima.

Ma non è questa la via. Per ironia della storia, forse proprio papa Francesco, quando ha pregato, in Vaticano, insieme ai leader d’’Israele, OLP e Chiesa ortodossa, suscitando così una speranza di dialogo, ha involontariamente indotto qualche fanatico palestinese a reagire, per spezzare quella speranza, e rapire e uccidere i tre ragazzi israeliani. Immediata la reazione di Israele, che conosce solo la logica della ritorsione, e di qualche fanatico israeliano: questi hanno rapito, e arso vivo, un ragazzo palestinese, quello ha avviato bombardamenti sulla Striscia di Gaza; e Hamas ha risposto lanciando razzi sulle città meridionali di Israele, e via così, di reazione in reazione, di ritorsione in ritorsione.

E i civili -– uomini, donne, vecchi, bambini –- muoiono, sono mutilati, perdono casa, beni, affetti e illusioni; ammesso che di illusioni, loro, ne abbiano mai avute.

Se non per spirito umanitario e per solidarietà, almeno per imparare dalla loro disperazione noi tutti – e soprattutto chi, fra noi, fomenta intolleranza, insofferenza e odio – dovremmo prestare più attenzione alle sciagure che rendono disperata l’’esistenza di tutti quegli ucraini, siriani, libici, libanesi e soprattutto palestinesi. Senza bisogno di arrivare all’’evangelico “porgi l’’altra guancia”, potremmo almeno imparare che la via più antica, quella dell’’“occhio per occhio”, è una via senza sbocchi e senza soluzioni.

E senza speranza.

Giuseppe Riccardo Festa

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