■Antonio Loiacono
La serata in Consiglio regionale si era appena scaldata quando Pasquale Tridico, capogruppo della minoranza, ha chiesto la parola. Non ha cercato preamboli né formule concilianti: ha tagliato subito nel vivo, mettendo in discussione l’immagine luminosa dipinta dal presidente Occhiuto.
Secondo lui, il racconto ufficiale indulge in un ottimismo che i numeri — quelli veri, quelli che non arretrano davanti alla retorica — non possono confermare. E quei numeri, afferma, parlano di una Calabria che fatica ancora a reggersi sulle proprie gambe, appesantita da fragilità strutturali e da servizi che faticano a garantire ciò che dovrebbero.
Il primo dato che porta sul tavolo è quello della cosiddetta “trappola dello sviluppo”, un indicatore che misura la capacità di un territorio di crescere senza restare bloccato in modelli superati. La fotografia è impietosa: la Calabria chiude la classifica nazionale e si ritrova in fondo persino rispetto al resto del Mezzogiorno.
Per Tridico, questa non è una statistica da trattare con leggerezza: è il segnale che la regione non sta solo rallentando, ma rischia di essere intrappolata in una condizione che soffoca opportunità e futuro!
Poi arriva il capitolo turismo. Il 2019 era stato un anno record, quasi un’apertura di credito. Ma quella curva ascendente ha ceduto all’improvviso: anni di flessione, presenze in calo, un settore che sembra aver perso la spinta. Lamezia Terme — la porta principale della Calabria, nodo strategico per tutto il territorio — è la città che ha assorbito il colpo più duro. E se un pilastro vacilla, suggerisce il capogruppo, ne risente l’intero edificio.
Quando si passa alla sanità, la sua voce si fa più grave. Qui, dice, il problema non è una congiuntura sfavorevole, ma una fragilità cronica. Ritardi, carenze, reparto dopo reparto costretto a inseguire risorse che non bastano mai.
E poi la fuga. Sette mila persone — solo nel 2025 — hanno lasciato la Calabria per farsi curare altrove. Sette mila storie che diventano un’unica ferita aperta.
Per Tridico, la mobilità sanitaria non è un semplice costo: è la prova più dolorosa della sfiducia dei calabresi nella propria sanità pubblica. Una fotografia che non vorrebbe più vedere, ma che continua a rimanere impressa.
Chiude senza alzare i toni, ma con un invito che suona come una richiesta di responsabilità: «Buon lavoro», dice alla maggioranza. Ma precisa che alla Calabria servono fatti, non annunci; occhi aperti, non illusioni; e soprattutto il coraggio — quello vero — di guardare dritto nei problemi senza distogliere lo sguardo.
Mentre la seduta va avanti, le parole di Tridico sembrano rimanere sospese nell’aria, come una vibrazione che non si spegne subito. Oltre i toni, oltre le schermaglie politiche, resta una domanda semplice e ineludibile:
chi avrà il coraggio di mettere mano alla Calabria reale, quella che non appare nei discorsi ma nelle vite quotidiane?
Perché è lì — nelle scelte silenziose delle persone, nei viaggi per curarsi, nelle occasioni perdute — che si misura davvero il futuro di una terra.
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