■Antonio Loiacono
C’è un dato che, più di altri, andrebbe letto in silenzio. Il 52,5 per cento dei calabresi vive in un’area interna. Non è una percentuale: è una condizione. L’81 per cento dei Comuni della regione ricade in questa definizione amministrativa che, a forza di essere ripetuta, ha smesso di scandalizzare. Area interna. Come se fosse una categoria neutra, e non una distanza quotidiana da diritti elementari.
I numeri, incrociati tra Istat e Dipartimento per le Politiche di coesione, non raccontano solo una fotografia statistica. Dicono altro. Dicono che quasi un milione di persone – 963mila al primo gennaio 2025 – vive in 326 Comuni dove per raggiungere un ospedale, una scuola superiore, un nodo di mobilità servono più di venti minuti. Venti minuti che, nelle mappe ministeriali, sembrano poca cosa. Nella vita reale, spesso, sono un confine.
È da qui che nasce la fragilità strutturale della Calabria. Non da un generico “ritardo”, ma dall’impossibilità concreta di costruire politiche pubbliche efficaci su territori svuotati, frammentati, invecchiati. Comuni che perdono abitanti perdono anche forza amministrativa, competenze, capacità di programmazione. E quando l’amministrazione si indebolisce, i servizi arretrano. Sempre.
Il dato sullo spopolamento è brutale nella sua semplicità. Nel 2020, nei Comuni delle aree interne calabresi vivevano 1 milione e 7mila persone. Oggi sono oltre 44mila in meno. Cinque anni. Una generazione che se ne va in silenzio, senza proclami, spesso senza ritorno. In tutta la regione la perdita è di circa 60mila residenti, dentro cui pesa anche un saldo naturale negativo che dice molto su chi resta e su chi non nasce più.
I casi più estremi non fanno rumore, ma dovrebbero. I micro-Comuni sotto i 300 abitanti stanno diventando luoghi simbolici di una resa non dichiarata. Un territorio che non riesce più a garantire servizi minimi entra in una spirale che si autoalimenta. Meno persone, meno servizi. Meno servizi, più partenze. A un certo punto, la scelta non esiste più.
Mobilità, sanità, scuola, trasporti, raccolta dei rifiuti. Non sono capitoli di un bilancio, ma la definizione concreta di qualità della vita. Quando mancano, chi può se ne va. Chi resta, spesso, non sceglie: resiste. E la resistenza, nel tempo, diventa stanchezza civile.
A rendere il quadro ancora più instabile c’è un fattore che raramente entra nel dibattito pubblico con la chiarezza che meriterebbe: l’assottigliarsi continuo delle risorse destinate agli enti locali. In contesti già esposti a fragilità strutturali, questo svuotamento finanziario equivale a caricare di ulteriori obblighi amministrazioni che sopravvivono in equilibrio precario. La responsabilità è diffusa, certo, ma non anonima. Le aree interne non sono il prodotto di una geografia ostile: sono l’esito cumulativo di scelte rinviate, priorità sbagliate e lunghe stagioni di omissione istituzionale..
La Calabria interna custodisce un patrimonio enorme: ambientale, culturale, identitario. Ma i patrimoni, se non sono abitati, diventano musei a cielo aperto senza visitatori stabili. E un territorio che vive solo di memoria è un territorio che ha già smesso di progettare.
Forse il punto non è più “come fermare lo spopolamento”. La domanda, oggi, è più scomoda: chi ha davvero interesse a invertire questa rotta? Perché senza una risposta politica netta, misurabile, continuativa, i numeri continueranno a scendere. E con loro, lentamente, l’idea stessa di una Calabria possibile.
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