SCRIVERE SOTTO MINACCIA: CRONACA ORDINARIA DI UNA DEMOCRAZIA NERVOSA

Dalle querele temerarie all’autocensura: anatomia di un abuso normalizzato

Antonio Loiacono

C’è questa favola tutta italiana che andrebbe raccontata meglio. Non è una storiella occasionale, non è la solita scaramuccia tra stampa e potere: è un sistema. Un meccanismo ben oliato. Da una parte chi governa, amministra, decide — con soldi pubblici, spesso male — dall’altra chi prova a raccontarlo. E in mezzo, un abisso di forza, di mezzi, di protezioni. Indovina chi sta sotto!?

La minaccia di querela, quella elegante, sussurrata, “educata”, è diventata uno strumento di lavoro. Altro che tutela dell’onore. È il vecchio ricatto riverniciato: “se correggi quello che hai scritto, io non ti denuncio!” Come se la verità fosse un optional negoziabile, una concessione gentilmente estorta. Non è giornalismo, è intimidazione a bassa intensità. E funziona benissimo!

Le chiamano querele temerarie: SLAPP (strategic lawsuit against public participation) traducibile in italiano con “azione legale strategica contro la partecipazione pubblica”, per gli amanti degli acronimi anglosassoni. Ma dietro il nome tecnico c’è una pratica rozza: non ti querelo per vincere, ti querelo per stancarti. Per farti spendere. Per farti pensare due volte, la prossima. E magari tre. Il risultato? Autocensura. Silenzio. O quel tono smussato che non dà fastidio a nessuno. Perfetto.

Ora, come se ne esce? Spoiler: non con le buone maniere!

Primo: le leggi. Quelle vere, non i proclami. In Italia il vuoto è imbarazzante. Servirebbero sanzioni pesanti per chi querela sapendo di mentire, soprattutto se ricopre incarichi pubblici. Archiviazioni rapide per le cause palesemente strumentali. E soprattutto una cosa rivoluzionaria: se perdi perché hai querelato a casaccio, paghi. Tutto! L’Europa la strada l’ha indicata. Ma poi c’è la politica. E lì, guarda caso, il passo rallenta.

Secondo: smetterla di confondere l’errore con la critica. Una rettifica serve a correggere un dato sbagliato, non a riscrivere la realtà sotto minaccia. La critica politica — dura, scomoda, antipatica — è legittima se poggia su fatti veri o plausibili e di interesse pubblico. Anche quando dà fastidio. Soprattutto quando dà fastidio.

Terzo: il giornalismo locale. Il più esposto. Il più solo. Il più ricattabile. Nelle periferie del potere basta poco: una lettera dell’avvocato, una telefonata “amichevole”, e cala il gelo. Qui servirebbe fare squadra: fondi di tutela legale, reti tra testate, articoli pubblicati insieme. Perché querelare uno è facile. Zittirne dieci, molto meno. E poi trasparenza: chi querela chi, quanto, e come finisce. Alla luce del sole. Che improvvisamente fa paura a molti.

Infine, la questione più scomoda: la responsabilità morale. Un amministratore pubblico che usa la querela per mettere il bavaglio non sta difendendo la propria dignità. Sta abusando del ruolo. Punto. Non è un problema giuridico, è democratico. Chi governa con denaro pubblico dovrebbe sopportare più controllo, non meno. In Italia, invece, succede l’opposto: più potere hai, più la tua pelle diventa “sensibile”.

In conclusione — se proprio serve una conclusione — il nodo è sempre lo stesso: riequilibrare i rapporti di forza. Meno paura per chi scrive. Meno arroganza per chi comanda. Più consapevolezza collettiva che la libertà di stampa non è un fastidio da gestire con l’avvocato, ma una garanzia per chi paga le tasse.

Il resto sono scuse. Eleganti, costose, e sempre pagate dagli stessi!

Views: 107

Puoi essere il primo a lasciare un commento

Lascia una risposta