■Antonio Loiacono
La mattina a San Morello ha il rumore profondo del ferro che morde la terra. Non è un suono qualsiasi: è quello che annuncia un ritorno possibile. Dove fino a pochi giorni fa c’era solo silenzio forzato e pietra franata, oggi i mezzi meccanici avanzano lenti, come se chiedessero permesso alla montagna.
È qui, lungo Via Motta Annunziata, che la sera del 29 dicembre la roccia ha ceduto di colpo, staccandosi da uno sperone e precipitando sulla strada provinciale SP200. In pochi istanti l’asfalto è sparito sotto una massa compatta di detriti, e con esso ogni collegamento con il resto del territorio. La frana ha chiuso tutto: la carreggiata, i passaggi, le abitudini. E soprattutto ha isolato gli abitanti della parte alta del borgo, costretti a restare sospesi, come su un’isola improvvisa.
Le ordinanze hanno seguito il ritmo concitato dell’emergenza. Prima, la decisione del Comune di Scala Coeli: l’accesso al centro storico della frazione vietato, le case da lasciare, le persone da mettere al sicuro. Parole necessarie, ma pesanti, che hanno inciso sulla vita quotidiana come la frana sulla strada.
Poi, il provvedimento della Provincia di Cosenza, che ha imposto l’interdizione totale al traffico – veicolare e pedonale – nel tratto interessato della SP 200.
Oggi, però, qualcosa cambia. Lungo il margine instabile del versante, prende forma una “via di fuga”: un tracciato provvisorio, essenziale, pensato per restituire un contatto, un passaggio, una possibilità. Gli operai della ditta Fuoco lavorano senza enfasi, consapevoli che ogni metro conquistato non è solo terra spostata, ma tempo restituito a una comunità.
Non è ancora una vera normalità, e nessuno finge che lo sia. È piuttosto un gesto di resistenza concreta: riaprire un varco mentre il paese attende soluzioni definitive, studi geologici, consolidamenti. Ma intanto quel corridoio, scavato tra la roccia e la paura, permette ai “sanmorellesi” di ricongiungersi con il resto del paese, di non sentirsi più tagliati fuori.
San Morello conosce la fragilità del suo territorio, la convivenza antica con una natura bellissima e severa. Questa strada non è solo un’opera tecnica: è una promessa temporanea, una linea sottile tra isolamento e presenza. E mentre le ruspe avanzano, il borgo ritrova un battito comune, lento ma ostinato.
Ogni comunità ha un punto in cui rischia di spezzarsi. A San Morello, quel punto è stato un crollo improvviso, una strada sepolta. Ma oggi, tra polvere e metallo, nasce un segno opposto: una traccia che unisce. Forse è questo il senso più profondo della “via di fuga”: non scappare, ma tornare a stare insieme, anche quando il terreno sotto i piedi ricorda quanto tutto possa cambiare.
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