■Antonio Loiacono
Le notizie che arrivano da Caracas sono drammatiche non solo per ciò che raccontano, ma per ciò che rischiano di nascondere. Dietro l’offensiva politica e simbolica lanciata da Donald Trump contro il regime di Nicolás Maduro non si muove alcuna crociata morale contro la droga. Né tantomeno una battaglia per sottrarre al Venezuela il suo petrolio, come una certa narrazione ama ripetere. La posta in gioco è più sofisticata, più fredda, più pericolosamente lucida: una strategia geopolitica di riallineamento ideologico dell’America Latina.
Partiamo da un punto fermo, che va detto senza ambiguità. Maduro è un criminale politico. Ha costruito il proprio potere sulla repressione sistematica dell’opposizione, su arresti arbitrari, torture, carceri trasformate in gironi infernali. Il suo governo, che per anni si è autodefinito socialista, è stato in realtà uno dei più corrotti e violenti del continente. Le connessioni con il narcotraffico non sono un sospetto, ma un dato documentato: i cosiddetti narco-sobrinos, i nipoti del presidente, hanno utilizzato aerei di Stato per esportare cocaina. I cartelli venezuelani, storicamente alleati del chavismo, controllano intere aree del Paese. I porti sono stati per anni porte spalancate verso l’Europa, più che verso gli Stati Uniti.
Eppure, se l’obiettivo fosse davvero colpire il narcotraffico, il Venezuela sarebbe un bersaglio secondario. Il cuore del sistema è altrove. Il Messico è oggi il principale snodo globale della distribuzione di cocaina e, soprattutto, di fentanyl verso gli Stati Uniti. Colombia e Perù restano i grandi produttori. L’Ecuador è travolto da una violenza fuori controllo. L’Honduras ha avuto un presidente, Juan Orlando Hernández, condannato per aver introdotto tonnellate di cocaina negli USA. Un presidente che, non a caso, è stato graziato da Trump.
Ed è qui che il quadro si ricompone.
La grazia a Hernández non è una contraddizione: è una dichiarazione di metodo. L’obiettivo non è smantellare il narcotraffico, ma costruire governi amici. Non semplicemente filoamericani, ma filotrumpiani. Regimi conservatori, ideologicamente allineati, pronti a riconoscere un modello di potere che mescola autoritarismo, nazionalismo e convenienza strategica.
In questo schema, il Venezuela rappresenta l’anello debole. Un Paese stremato, una popolazione allo stremo, un regime che ha perso consenso e risorse. Maduro, come molti tiranni prima di lui, sembra aver già avviato una trattativa silenziosa con il futuro: protezione per sé, per i figli, per i capitali accumulati. Un’uscita negoziata, sul modello di Assad, mentre al Paese viene lasciata in eredità la violenza. “Combattete in nome della patria”, è il messaggio implicito. È la frase tipica dei regimi al tramonto, quando lo Stato diventa un mito e il mito una trincea.
Ma attenzione all’illusione finale. Questa operazione non indebolirà il narcotraffico. Lo rafforzerà. Ogni destabilizzazione crea vuoti di potere, e i vuoti di potere sono l’habitat naturale delle economie criminali. La droga non teme il caos: lo sfrutta, lo organizza, lo monetizza.
La retorica della guerra alla droga serve solo a tranquillizzare l’opinione pubblica. La realtà è più scomoda: siamo davanti a una partita di posizionamento globale, in cui il Venezuela è un capitolo, non il libro intero. E mentre il dibattito pubblico resta ancorato a parole come petrolio, socialismo e sicurezza, la storia procede di lato, come spesso fa. Silenziosa, spietata, indifferente alle narrazioni.
Capire il Venezuela oggi non significa chiedersi chi vincerà. Significa chiedersi a chi conviene davvero che questa guerra venga raccontata nel modo sbagliato.
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