■Antonio Loiacono
Prima hanno discusso NAZA (é un acronimo militare israeliano che deriva dall’ebraico “Nezek Agavi”, espressione traducibile come “danno collaterale”). Poi, alla Camera, hanno scelto di rispondergli con Fauda !
È questo il passaggio che racconta meglio di molti comunicati quanto il documentario di Yuval Abraham e Rachel Szor sia entrato nel conflitto politico italiano.
Il film, premiato con il Premio speciale della giuria alla Mostra del Cinema di Venezia, raccoglie le testimonianze di 24 militari e appartenenti all’intelligence israeliana e ricostruisce, secondo i suoi autori, i meccanismi attraverso i quali vengono condotte le operazioni militari israeliane a Gaza.
Il documentario è stato duramente contestato dalle autorità israeliane, che hanno accusato il film di contenere false accuse e distorsioni della realtà. L’esercito israeliano ha inoltre disposto un’indagine sulla diffusione di materiale classificato.
I registi sostengono invece di avere sottoposto il lavoro a un rigoroso processo di verifica e di avere raccolto testimonianze che, a loro giudizio, trovano riscontro anche in precedenti inchieste giornalistiche.
Il punto, dunque, non è stabilire in partenza chi abbia ragione.
È capire come la politica italiana abbia deciso di confrontarsi con questo film.
La posizione più netta arrivata dalla maggioranza è quella di Federico Mollicone, deputato di Fratelli d’Italia e presidente della Commissione Cultura della Camera.
Mollicone ha contestato l’anonimato delle fonti e la ricostruzione proposta dal documentario. Ha inoltre messo in discussione la scelta della giuria veneziana di premiarlo, sostenendo che l’opera abbia caratteristiche più vicine a un reportage giornalistico che a un film.
La definizione utilizzata è stata particolarmente esplicita: NAZA, secondo Mollicone, «somiglia piuttosto a una puntata di Report».
Non è quindi una semplice critica al contenuto.
È una contestazione del metodo, delle fonti e della stessa natura dell’opera.
Ma la vicenda non si ferma alle dichiarazioni.
Il 6 ottobre, alla vigilia del terzo anniversario dell’attacco del 7 ottobre, alla Camera saranno proiettati due episodi della quinta stagione di Fauda. L’iniziativa è stata promossa da Mollicone ed è stata presentata come una risposta al dibattito aperto da NAZA.
Ed è qui che la storia cambia.
Perché Fauda non è un documentario!
Ma cos’è Fauda?
È una serie televisiva israeliana, un thriller d’azione creato da Lior Raz e Avi Issacharoff e ambientato nel conflitto israelo-palestinese.
La storia segue un’unità israeliana di forze speciali impegnata in operazioni clandestine nei territori palestinesi. Il titolo, dall’arabo faḍā, significa “caos”.
È una fiction. Ci sono personaggi, sceneggiatura, attori e situazioni narrative.
Ed è proprio questa differenza a rendere significativa la scelta di portarla alla Camera nel pieno della polemica su NAZA.
Da una parte c’è un documentario che costruisce il proprio racconto attraverso testimonianze di militari e appartenenti all’intelligence israeliana.
Dall’altra una serie televisiva che mette in scena il conflitto attraverso una storia di fiction.
Non sono due fonti equivalenti e non possono essere trattate come tali.
Ma nel dibattito politico italiano finiscono sullo stesso terreno: quello della rappresentazione di una guerra che ormai si combatte anche attraverso le immagini e i racconti che ne vengono proposti.
Antonio Tajani ha adottato un atteggiamento diverso.
Il ministro degli Esteri ha dichiarato di non aver visto NAZA e di volerlo giudicare soltanto dopo averlo guardato.
«Se uno dice che è un bel film senza averlo visto, fa propaganda. Se dice che è un brutto film senza averlo visto, fa ugualmente propaganda», ha affermato.
La conclusione è semplice: prima si guarda, poi si decide che cosa condividere e che cosa contestare.
È una posizione che introduce nella discussione una regola elementare, ma spesso dimenticata: il giudizio dovrebbe arrivare dopo la conoscenza del documento, non prima.
Tajani, dunque, non ha difeso NAZA.
Ma non lo ha nemmeno bocciato senza averlo visto.
Anche Matteo Salvini ha preso posizione, ma su un terreno differente.
Il vicepremier e leader della Lega ha definito l’ultima Mostra di Venezia «tutto fuorché un festival del cinema», criticando la presenza di messaggi e iniziative a favore della causa palestinese.
Salvini ha richiamato il 7 ottobre 2023 e ha chiesto «equilibrio» nel racconto del conflitto.
Ma una distinzione va mantenuta.
Criticare il clima politico di Venezia non equivale a recensire NAZA.
Non risulta una sua dichiarazione nella quale affermi di aver visto il documentario e ne contesti nel merito contenuti e testimonianze.
Attribuirgli una bocciatura del film sarebbe quindi andare oltre ciò che le dichiarazioni pubbliche consentono di affermare.
Qui il dato è ancora più semplice.
Non risulta una presa di posizione pubblica specifica di Giorgia Meloni su NAZA.
Questo non significa che la presidente del Consiglio sia favorevole al film.
Non significa neppure che sia contraria.
Significa che non emerge una posizione pubblica documentata.
Ed è un dato che va lasciato esattamente così.
Il giornalismo non dovrebbe riempire i silenzi con supposizioni.
La destra italiana è davvero tutta contro NAZA?
No. Almeno non sulla base delle dichiarazioni pubbliche verificabili.
C’è chi lo ha contestato.
C’è chi ha detto di volerlo vedere prima di giudicarlo.
C’è chi ha criticato il contesto nel quale il film è stato presentato senza esprimere una valutazione specifica sull’opera.
E c’è chi, come la presidente del Consiglio, non risulta abbia assunto pubblicamente una posizione sul documentario.
Mettere tutto nello stesso contenitore produrrebbe una fotografia falsata.
La maggioranza non parla con una sola voce su NAZA!
Ed è probabilmente questo il dato politico più interessante.
Il 1° ottobre Piazzapulita ha dedicato un servizio proprio alle reazioni della maggioranza al documentario, riportando al centro una domanda apparentemente elementare: quanti esponenti politici lo abbiano realmente visto.
Nel frattempo NAZA ha continuato il suo percorso nelle sale italiane, raggiungendo un pubblico molto più ampio di quello che normalmente accompagna un documentario politico.
E qui emerge il paradosso.
Un film nato per raccontare una guerra rischia di diventare esso stesso un oggetto della guerra delle narrazioni.
Non più soltanto Gaza.
Non più soltanto le testimonianze raccolte dai registi.
Ma anche chi ha il diritto di raccontare quella guerra e quale racconto debba arrivare al pubblico.
Su questo punto occorre essere precisi.
NAZA non diventa vero perché ha ricevuto un premio a Venezia.
NAZA non diventa falso perché viene contestato da esponenti del governo israeliano o italiano.
E Fauda non può essere considerata la “smentita” di NAZA, perché è una fiction e non un’inchiesta.
Sono opere diverse.
La questione giornalistica è quindi un’altra: quali fatti possono essere verificati? Quali testimonianze possono essere controllate? Quali accuse sono documentate? Quali ricostruzioni restano invece affidate alla versione di chi le racconta?
È su questo terreno che dovrebbe misurarsi la discussione.
Non sul numero di applausi ricevuti in sala.
Non sul colore politico di chi organizza una proiezione.
Non sulla provenienza ideologica dello spettatore.
Il 6 ottobre la Camera ospiterà Fauda, mentre NAZA continua il suo percorso nelle sale e nel dibattito pubblico.
La maggioranza non appare compatta: Mollicone contesta il documentario; Tajani dice di non averlo ancora visto; Salvini critica il clima politico della Mostra senza risultare aver formulato una valutazione circostanziata del film; Meloni non ha espresso una posizione pubblica specifica.
Sono fatti diversi.
E vanno raccontati come tali.
Perché la questione non è stabilire se NAZA debba essere applaudito o condannato.
La questione è capire se la politica voglia confrontarsi con ciò che il film sostiene oppure con l’idea che si è fatta del film prima di guardarlo.
È una differenza sottile.
Ma in una democrazia, soprattutto quando si parla di guerra, propaganda e responsabilità, è una differenza che conta.
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