LA NOTTE IN CUI LA CALABRIA PARLA A BASSA VOCE!

Epifania tra magia contadina, riti antichi e una vecchina che conosce il tempo

La Befana!

Antonio Loiacono

C’è una notte, in Calabria, in cui il confine tra ciò che è vivo e ciò che sembra esserlo soltanto, si assottiglia. È questa notte: la notte dell’Epifania!

Le strade si fanno più silenziose, le luci restano accese un po’ più a lungo e nelle stalle, si dice, accade qualcosa che non va raccontato ad alta voce. È l’ultima parentesi di incanto prima che l’anno riprenda a correre. Un tempo sospeso, che appartiene tanto ai bambini quanto agli adulti che fingono di non crederci più.

Qui l’Epifania non è solo una festa che chiude il calendario natalizio: è un rito di passaggio. Un momento in cui la memoria collettiva riemerge, intrecciando cristianesimo e superstizione, Vangelo e civiltà contadina, sacro e quotidiano. Al centro di tutto, una figura apparentemente fragile: la Befana. Una vecchia con abiti logori e mani generose, custode di un sapere che non sta nei libri.

Secondo le credenze popolari, nella notte tra il 5 e il 6 gennaio gli animali trovano la voce. Parlano tra loro, discutono dei padroni, giudicano comportamenti e intenzioni. Chi ha trattato male la propria bestia o ha spiato quelle conversazioni proibite rischia la sventura. Ma come spesso accade nella tradizione calabrese, alla minaccia si affianca sempre una possibilità di salvezza: basta usare gentilezza, offrire cibo, rispettare un equilibrio antico. Tredici alimenti, come i commensali della tavola di Natale. Un gesto semplice che diventa patto.

La casa, intanto, si riempie di odori. Il mare arriva nei piatti: pasta con alici e mollica, baccalà cucinato lentamente, ricette che raccontano carestie superate e stagioni di abbondanza. Fuori, i suonatori percorrono i vicoli con zampogne, tamburelli e pipìte. La Strina della Befana non è un canto qualunque: è un augurio cantato alla terra, un invito a essere generosa con chi la lavora.

C’è chi giura di aver visto, in quella che viene chiamata la “notte dei miracoli”, l’olio scorrere dalle fontane o il vino prendere il posto dell’acqua nei fiumi. Visioni? Desideri? O forse il modo più poetico per dire che, almeno per una notte, tutto può cambiare!

Oggi l’Epifania calabrese dialoga anche con il presente. I borghi si animano di villaggi natalizi e case dedicate alla Befana, dove i bambini consegnano letterine e ricevono promesse. Da Cariati a Rossano, attraversando i piccoli borghi della Sila Greca: Terravecchia, Scala Coeli, Mandatoriccio, Campana, Bocchigliero, per poi rituffarsi verso lo Jonio: Pietrapaola, Calopezzati, ecc.; l’attesa si trasforma in esperienza condivisa. E poi ci sono i dolci: le pìtte ripiene di frutta secca, il torrone, la liquirizia pura, i fichi al cioccolato. Sapori che finiscono nella calza come piccoli talismani di felicità.

E il carbone? Non è una punizione. È un simbolo. Nella cultura agricola rappresenta ciò che deve essere bruciato per lasciare spazio al nuovo. Le ceneri dei falò venivano sparse nei campi per augurare fertilità. La Befana lo porta perché conosce il ciclo delle stagioni: nulla si perde, tutto si trasforma.

La vecchina ha anche un posto nella narrazione cristiana. Si racconta che i Magi, in viaggio verso Betlemme, chiesero indicazioni a un’anziana. Lei rifiutò di seguirli, poi si pentì. Preparò dei doni e partì alla loro ricerca, senza trovarli mai. Così bussò a ogni porta, offrendo qualcosa ai bambini, nella speranza che uno di loro fosse il Bambino che aveva perso. È da questo rimorso trasformato in generosità che nasce il gesto del dono.

In Calabria questa storia dialoga con un patrimonio ancora più antico. Nel Museo Archeologico di Locri si conserva una piccola lamina d’oro, risalente all’alto Medioevo, che raffigura l’Adorazione dei Magi. Un oggetto minuscolo, ma potentissimo, che racconta come l’Epifania fosse già allora un momento centrale, capace di unire iconografia romana, fede e racconto.

Attorno a questa notte ruotano canti propiziatori, tavole lasciate apparecchiate per le anime dei defunti, sogni augurali affidati alle ragazze, banchetti di tredici portate come invocazione di prosperità. Tutto parla di un dialogo continuo tra il visibile e l’invisibile.

Quando si dice che l’Epifania “porta via tutte le feste”, in Calabria non è un addio malinconico. È un saluto consapevole. La magia non scompare: si ritira, come fa la marea, lasciando tracce. Sta nelle storie raccontate ai bambini, nei gesti ripetuti senza sapere più perché, nella Befana che continua a volare bassa, con la scopa al contrario, per non dimenticare la strada di casa.

Forse l’Epifania serve proprio a questo: a ricordarci che il tempo non è solo ciò che passa, ma ciò che ritorna. Che ogni fine porta con sé una promessa. E che, finché qualcuno continuerà a lasciare un piatto pieno, una parola gentile o una calza appesa, la notte in cui gli animali parlano non smetterà mai davvero di esistere.

 

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