IL MILIONE CHE NON BASTA: L’ILLUSIONE DELL’OCCUPAZIONE PIENA

Aumentano i contratti, ma non le prospettive: giovani esclusi, over 50 precari

Giorgia Meloni

Antonio Loiacono

Un milione di nuovi posti di lavoro: è questo il traguardo che il governo Meloni sventola con orgoglio, a quasi tre anni dal suo insediamento. Eppure, dietro ai numeri da prima pagina, si nasconde una realtà meno luminosa, fatta di squilibri generazionali, lavoro povero e diseguaglianze crescenti. Perché la quantità, da sola, non racconta la qualità del lavoro. E la qualità, oggi, è il vero punto debole dell’occupazione in Italia.

Una fetta consistente dei nuovi occupati ha più di cinquant’anni. Sembra un dato positivo, e in parte lo è: l’allungamento della vita lavorativa può rappresentare un segno di inclusività, di valorizzazione dell’esperienza. Ma c’è un lato meno nobile di questa tendenza: molti lavoratori senior non restano attivi per scelta, ma per necessità, spinti dalle riforme previdenziali (come la Fornero) che hanno alzato l’età pensionabile, spesso senza offrire alternative dignitose.

In troppi casi, si tratta di lavori precari, a basso reddito, spesso svolti in condizioni non adeguate all’età e alla salute. È davvero questo il “modello” da celebrare?

La vera emergenza, però, riguarda i giovani. In un Paese dove il tasso di disoccupazione giovanile resta tra i più alti d’Europa, e dove il lavoro, quando c’è, è spesso instabile e mal retribuito, è difficile parlare di successo.

Le nuove generazioni si muovono in un mercato segnato da contratti a termine, part-time non richiesti, salari insufficienti e zero prospettive di crescita. A questo si aggiunge un costo della vita in aumento, che rende impossibile raggiungere l’autonomia anche per chi ha un lavoro. Il rischio? Una generazione formalmente “occupata”, ma sostanzialmente povera.

E se i più qualificati decidono di emigrare, chi resta si adatta a lavori sottotono rispetto alle proprie competenze. Una perdita secca per il sistema Paese.

Va detto chiaramente: la crescita dell’occupazione era già in atto, almeno in parte, prima del governo Meloni. Dopo il crollo occupazionale dovuto alla pandemia, era prevedibile una fase di rimbalzo. Quella ripresa, in buona misura fisiologica, è oggi incorporata nel bilancio politico della maggioranza come se fosse interamente frutto di strategia e visione.

Ma dov’è la politica industriale per i settori emergenti? Dove sono gli incentivi seri alla stabilizzazione dei contratti? Dove sono le riforme per affrontare il mismatch tra offerta e domanda di competenze?

Se la risposta è il trionfalismo numerico, allora siamo di fronte a una politica del lavoro più comunicata che strutturata.

Un milione di posti di lavoro non fa automaticamente un milione di vite migliori. Il lavoro deve essere stabile, giusto, sostenibile. Deve dare prospettiva, non solo occupazione formale. Oggi, invece, stiamo costruendo un mercato che funziona soprattutto per chi è già dentro, già formato, già “in regola” — lasciando ai margini i giovani, i precari, i sottopagati.

È legittimo che un governo rivendichi i propri risultati, ma è doveroso ricordare che lavoro e benessere non sono la stessa cosa. E che il benessere passa anche dalla giustizia intergenerazionale, dalla lotta al precariato, dal rilancio della formazione.

Senza una vera strategia per dare futuro ai giovani, il milione di posti in più rischia di essere un successo a metà. Anzi, un altro passo verso un’Italia che lavora di più, ma vive peggio.

 

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