SE LA POLITICA, INVECE DI GUIDARE IL POPOLO, AMMICCA AL POPOLINO

La situazione, dopo gli ultimi exploit di Giorgia Meloni, di Matteo Salvini, di Vannacci e di tanti altri politici, è a tal punto evidente che apparentemente non sarebbe necessario parlarne; solo che parlarne, al contrario, è indispensabile perché ognuno di noi – cittadini, elettori, persone che si sforzano di essere civili, evolute e responsabili – ha il dovere di soffermare la propria attenzione su questi fenomeni.

Mi riferisco alla volgarità che in modo sempre più massiccio caratterizza il linguaggio, le forme di comunicazione e il comportamento dei politici.

È una china lungo la quale, in Italia, si è cominciato a scivolare con la mai abbastanza deprecata “discesa in campo” di Silvio Berlusconi, le cui famose quanto squallide performance (bandane, corna, “Romolo e Remolo”, gesto del mitra, grida scomposte, cene “eleganti”, barzellette blasfeme, grevi allusioni ai genitali femminili) hanno fatto il giro del mondo. Sarebbe ingenuo, e profondamente sbagliato, credere che quei comportamenti fossero frutto spontaneo e inconsapevole di una natura profondamente e intrinsecamente volgare (non basta essere ricchi, nemmeno a miliardi, per essere signorili). Berlusconi era volgare, sapeva di esserlo, ma non se ne preoccupava. Al contrario, ha saputo fare della propria volgarità un formidabile strumento di comunicazione, del quale si è servito per ammiccare verso quella fascia della popolazione, fruitrice dei suoi programmi televisivi tutti orientati al trash, che rappresentava un formidabile bacino elettorale.

Berlusconi, checché dicessero i suoi slogan, pubblicitari più che politici (non dimentichiamo che la pubblicità era e resta la fonte primaria degli introiti di Mediaset) non mirava al benessere dei cittadini o alla grandezza e al prestigio del Paese: Berlusconi, come ogni politico mediocre, mirava a possedere e gestire il potere per fini di natura meramente personale, come poi hanno dimostrato le innumerevoli leggi “ad personam” che hanno caratterizzato la sua azione di governo.

Non che Berlusconi sia stato il primo a coltivare questi fini: chi, come me, ha una certa età e una buona memoria, ricorda di certo lo scandalo Lockheed, “Antelope Cobbler”, Gui e Tanassi e i tanti casi di corruzione che in seguito hanno punteggiato la vita politica italiana. La differenza sta nella consapevole e calcolata esibizione della propria volgarità e della propria ignoranza, di cui Berlusconi è stato caposcuola, e poi Grillo acceso promotore, e che ora tantissimi – soprattutto ma non solo nella sua stessa area politica: basti pensare a Vincenzo De Luca – praticano con studiato e fervido entusiasmo.

I politici non si propongono più, né fanno finta o tentano di proporsi (come appunto Gui e Tanassi e gli altri che si fingevano austeri e signorili), come modelli di competenza, cultura, intelligenza e lungimiranza, né mirano ad essere riconosciuti come statisti. Essi ammiccano al “popolo”, gli dicono “io sono come te, parlo e mi comporto come te”, ritenendo che questo “popolo” sia volgare, ignorante, sboccato e insofferente. Poco importa che, in realtà, questi stessi politici vivano da anni nei circoli del potere, passando da uno scranno alla Camera a uno al Senato, e poi a Strasburgo, e poi al Governo. E poco importa che, con questi ammiccamenti, di fatto quel “popolo” essi lo insultino a sangue, ritenendolo boccalone, superficiale e infantile: il gioco funziona. Non dimentichiamo ciò che Berlusconi diceva ai suoi sodali: bisogna parlare alla gente come si parla a bambini di dodici anni. D’altra parte, come giustificare il successo di programmi come “Il grande fratello”, “L’isola dei famosi”, “C’è posta per te”, “Uomini e donne”?

La risposta, per quanto avvilente e deprimente essa possa essere, è che hanno ragione loro, i politici volgari, sboccati e ignoranti: molto del “popolo” al quale essi si rivolgono è effettivamente boccalone, superficiale e infantile. Dunque non lamentiamoci: sarà una frase fatta, ma in effetti abbiamo la classe politica che ci meritiamo.

E chi è causa del suo male pianga sé stesso.

Giuseppe Riccardo Festa

Views: 242

Puoi essere il primo a lasciare un commento

Lascia una risposta