DALLA GARBATELLA AL CATINO ABSIDALE: L’ICONOGRAFIA MELONIANA

Santi, affreschi e potere: quando la politica italiana prende i voti… anche in Basilica!

L'affresco nella Basilica di San Lorenzo in Lucina (Roma), prima e dopo il restauro!

Antonio Loiacono

C’è chi varca la soglia di una basilica con la testa bassa e l’animo contrito, chi entra con la guida turistica sotto braccio e chi, più banalmente, cerca un po’ di fresco romano d’agosto. Poi c’è chi, entrando nella Basilica di San Lorenzo in Lucina, ha avuto una sensazione straniante: non tanto un incontro col divino, quanto un déjà-vu istituzionale. Uno di quelli che ti fa pensare di aver sbagliato edificio e di essere finito, per errore, in una dependance simbolica di Palazzo Chigi.

Perché quando un affresco antico, riemerso o ritoccato, sembra strizzare l’occhio ai tratti somatici della presidente del Consiglio (v. foto), il cortocircuito è immediato. Non si discute più di arte sacra o di restauro conservativo, ma di una domanda ben più terrena: com’è possibile che anche qui, anche adesso, anche in chiesa, sembri esserci lei?

L’episodio, che in un Paese meno suggestionabile sarebbe rimasto una nota folkloristica per addetti ai lavori, ha invece acceso il dibattito nazionale come solo l’Italia sa fare: con metà popolazione indignata, l’altra metà divertita e una fetta consistente che, più che altro, si gode lo spettacolo. Perché se c’è una cosa che questo Paese sa fare bene è trasformare qualsiasi dettaglio in una questione identitaria.

La vicenda è destinata a chiudersi con un nuovo intervento artistico. Un intervento annunciato come definitivo, pensato per riportare l’opera su un terreno neutro, privo di ambiguità e soprattutto senza più alcuna commistione tra sacro e profano. Una sorta di “reset iconografico”, che mette fine al caso prima che l’aureola potesse trasformarsi definitivamente in simbolo politico.

San Lorenzo in Lucina non è un luogo qualunque. È una di quelle chiese che incarnano l’idea stessa di Roma: elegante senza ostentazione, stratificata, autorevole senza bisogno di alzare la voce. Un posto dove l’arte ha sempre parlato sottovoce, lasciando che fossero i secoli a darle ragione.

Ed è proprio per questo che la faccenda ha fatto rumore. Perché nessuno si aspetta di discutere di zigomi, sguardi e lineamenti in un contesto del genere. E invece eccoci qui, a confrontare fotografie, a ingrandire dettagli, a chiederci se quell’espressione decisa, quel volto severo e concentrato, non ricordino fin troppo da vicino uno dei visi più riconoscibili della politica italiana contemporanea.

Non c’è nulla di esplicito, sia chiaro. Nessun simbolo di partito, nessun richiamo diretto. Ma basta poco. A volte è sufficiente un’aria familiare, una postura, un modo di “stare” nell’immagine. È come riconoscere qualcuno di spalle in mezzo alla folla: non sai spiegare perché, ma sei sicuro di non sbagliarti.

Giorgia Meloni ha costruito gran parte della propria forza politica su un elemento apparentemente semplice: la riconoscibilità. Il volto come strumento narrativo, come simbolo di coerenza, di fermezza, di presenza costante. È una strategia antica quanto il potere stesso, ma resa più efficace dalla ripetizione ossessiva dei media moderni.

Quando un volto diventa così pervasivo, finisce per infiltrarsi ovunque. Nei discorsi pubblici, nei meme, nelle caricature, nei murales. E, a quanto pare, anche nella percezione di un affresco sacro. Non perché qualcuno abbia necessariamente voluto infilare la presidente del Consiglio in una scena religiosa, ma perché l’immaginario collettivo è ormai saturo.

Il paradosso è tutto qui: non è tanto l’arte ad assomigliare alla politica, quanto la politica ad aver occupato così tanto spazio da sembrare ovunque, anche dove non c’è.

Prima di invocare scandali o complotti, conviene ricordare una cosa: la storia dell’arte è piena di potenti che si sono fatti immortalare con una certa dose di autostima. Imperatori con sembianze divine, papi con il volto da santi, condottieri dipinti come martiri della fede.

Giulio Cesare non si faceva problemi a essere associato agli dèi, Napoleone amava vedersi rappresentato come un nuovo Augusto, e il Rinascimento è stato, a tutti gli effetti, una lunghissima campagna di autocelebrazione pittorica. La differenza è che allora il messaggio era chiaro e rivendicato. Oggi, invece, tutto passa attraverso l’ambiguità.

Nessuno dice “sono io”. Nessuno lo ammette. È sempre una coincidenza. Ma come spesso accade, le coincidenze tendono a essere politicamente molto ben posizionate.

Il Novecento ci ha insegnato cosa succede quando l’immagine del leader smette di essere rappresentazione e diventa venerazione. Mussolini scolpiva il proprio profilo ovunque, Stalin si faceva ritrarre come un nonno rassicurante, mentre il terrore lavorava a pieno regime dietro le quinte.

Oggi i contesti sono diversi, i toni più leggeri, i mezzi infinitamente più veloci. Ma il meccanismo psicologico non è poi così lontano. L’immagine continua a essere centrale. Solo che invece di incutere timore, oggi deve funzionare. Deve girare, essere condivisa, commentata, reinterpretata.

E infatti l’affresco “meloniano” ha fatto quello che ogni simbolo moderno deve fare: è diventato un meme. In poche ore. Santini digitali, battute, fotomontaggi. Santa Giorgia protettrice delle conferenze stampa infinite e dei decreti last minute. La rete, come sempre, ha reagito ridendo.

Di fronte a tutto questo, la Chiesa ha scelto la strategia più antica e collaudata: non dire nulla. Un silenzio che può sembrare prudente, diplomatico o semplicemente imbarazzato. Perché quando la politica entra in chiesa senza bussare, il rischio è sempre quello di restare schiacciati tra sacro e profano.

Resta però una questione aperta: chi decide dove finisce il restauro e dove inizia l’interpretazione? E quanto conta, oggi, la percezione rispetto all’intenzione?

In fondo, questa storia racconta più dell’Italia che dell’affresco. Un Paese che si dice laico, ma continua ad avere un rapporto quasi mistico con il potere. Un Paese che critica, ironizza, sdrammatizza, ma allo stesso tempo non smette di proiettare nei simboli le proprie ossessioni.

Il leader, oggi, non governa soltanto. Deve incarnare, rappresentare, farsi riconoscere. E quando il simbolo diventa più forte della sostanza, il confine tra fiducia politica e devozione emotiva si fa sottile.

Forse tra qualche anno nessuno ricorderà più questo episodio. O forse resterà come una nota di colore nei manuali di costume politico italiano. In ogni caso, dice molto del nostro tempo: confuso, iperconnesso, ironico e profondamente simbolico.

Un tempo in cui persino un affresco può sembrare prendere posizione e in cui, davanti a un volto che ci pare fin troppo familiare, l’unica reazione davvero onesta è un mezzo sorriso e una domanda sospesa nell’aria:
“Davvero? Anche qui?”

 

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