È cominciata, su Rai Radio2, la nuova edizione de Il Ruggito del Coniglio, una delle poche trasmissioni superstiti dopo che l’attuale dirigenza della stessa RAI ha trasformato in squallidi e opprimenti deserti i palinsesti di quelle che dovrebbero essere la radio e la televisione pubbliche per confermarsi, più che mai e in maniera più sfacciata che mai, i megafoni della maggioranza politica di turno. Dirigenza che, obbedendo a logiche politiche e di mercato anziché dedicarsi alla sua missione primaria, infarcisce di inserti pubblicitari anche RAI Storia e RAI5 e sopprime RAI Scuola sostituendola – stando alle anticipazioni – con un canale inteso a inneggiare al provincialismo miope e sostanzialmente ignorante che, della maggioranza politica attuale, è forse la cifra più caratteristica.
Fortunatamente, e forse a dispetto delle desiderata di quella dirigenza, Il Ruggito del Coniglio continua ad essere sé stesso.
Grazie al genio, alla garbata ma sempre pungente ironia di Marco Presta e Antonello Dose e degli ospiti fissi che si alternano nell’affiancarsi a loro – l’imprevedibile ed esilarante Giancarlo Ratti, l’estroso e versatile Max Paiella, il raffinato Maestro Attilio Di Giovanni, la straordinaria Ilaria della Bidia (a mio avviso la voce più talentuosa dell’altrimenti avvilente panorama canoro attuale) e, last but not least, la splendida Paola Minaccioni – la trasmissione (fatte salve le interruzioni pubblicitarie e la maggior parte delle canzoni messe in onda, su cui comunque Dose e Presta non mancano di ironizzare) conserva la sua capacità di fare satira e riesce a offrire momenti di serenità, d’ilarità e di intelligente riflessione anche nei momenti più cupi, come ha fatto durante i terribili mesi della pandemia di Covid19, e nonostante i venti di guerra che soffiano minacciosi sempre più vicino ai confini d’Europa.
Colti senza darlo a vedere, mai volgari, mai sopra le righe, sempre garbati e signorili, Dose e Presta, un binomio che funziona alla perfezione da oltre trent’anni, con deliziosa finta innocenza offrono l’uno all’altro lo spunto per lanciare impavidi i loro strali verso il mondo della politica, dell’economia e dello spettacolo; e immancabilmente colpiscono il bersaglio.
Così accade spesso che, fingendo di interessarsi alla vita privata dei cosiddetti VIP, Antonello Dose annunci che l’attrice tale ha un flirt col calciatore talaltro, che l’industrialotto Tizio frequenta la modella Caia, che il principe Pinco è stato visto con la cantante Pallina, che è successo questo o quest’altro nell’ennesimo reality show: il tutto per dare modo a Marco Presta di emettere un perentorio quanto liberatorio Machissenefrega.
In Italia (ma non solo in Italia) prosperano le riviste dedite al cosiddetto gossip. Il gossip altro non è che il banale pettegolezzo; ma ribattezzato in inglese, a quanto pare, sale a un superiore livello di dignità, un po’ come la prostituta che diventa escort; ma la prostituta almeno lavora nel letto suo, non come i gazzettieri che si credono giornalisti perché vanno a ficcare il naso nei letti altrui.
Anche in questo senso Dose e Presta vanno controcorrente, in un’Italia che riserva grandi tirature a riviste come DiPiù, Novella2000 e simili, e alti indici di ascolto a programmi come Temptation Island, l’Isola dei Famosi e il decano della TV spazzatura, l’ahinoi immarcescibile Grande Fratello che, stando a quel che ne leggo sui giornali (perché personalmente e orgogliosamente non ne ho mai guardato nemmeno un fotogramma) è un autentico insulto, oltre che a George Orwell, all’intelligenza, al buon gusto e non di rado alla decenza.
Lunga vita, dunque, al Ruggito del Coniglio e ai suoi protagonisti, ai quali, contro la tendenza della dirigenza RAI a sbarazzarsi di chi manifesta troppa intelligenza e un qualunque livello di spirito critico, offre uno scudo la popolarità fra gli italiani che amano l’umorismo ma non le pagliacciate, la critica arguta ma non l’insulto, l’allegria intelligente ma non la risata sgangherata, la battuta fulminante ma non il turpiloquio, l’approfondimento e non il giudizio facile e superficiale.
Perché di italiani così, che alla dirigenza RAI piaccia o no, ce n’è ancora qualcuno. Pochi, magari; ma ci sono.
Giuseppe Riccardo Festa
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