Negli USA, stando ai sondaggi, alle prossime elezioni di metà mandato presidenziale, le “midterm”, il Partito Repubblicano di Donald Trump è destinato a una cocente sconfitta da ascrivere proprio all’ormai dilagante impopolarità dell’attuale inquilino della Casa Bianca; un’impopolarità tale da indurre alcuni candidati repubblicani a rimuovere dai propri discorsi e manifesti il nome e l’immagine del presidente.
Pare che più che dalle intemperanze di Trump, dalla clamorosa corruzione, dagli abusi di potere, dalla stupida guerra commerciale che ha scatenato contro gli alleati storici, a partire dal Canada, e dall’ancor più stupida guerra guerreggiata contro l’Iran (molti americani non saprebbero indicare l’Iran su un planisfero), dalla brutalità dell’ICE, dalla sfacciata volgarità di cui è campione, gli elettori USA siano indotti a cambiare parere su “the Donald” dagli effetti che l’erratica e avventurosa politica presidenziale sta producendo sulle loro tasche, il che non sorprende: la sconfitta di Kamala Harris, due anni fa, fu dovuta anche all’impennata del prezzo delle uova, uno degli alimenti base nella dieta degli americani; oggi, a motivare il malcontento degli statunitensi sono il prezzo dei carburanti alla pompa e le etichette dei prezzi sugli scaffali dei supermercati.
Tale è il malcontento che non manca chi paventa la possibilità che, con la scusa della sicurezza nazionale, Trump decida di non far svolgere le elezioni di novembre trasformando definitivamente in una dittatura quella che, almeno secondo la sua Costituzione, era un faro di democrazia e di libertà.
Ma cosa succederà se invece, come tutti (esclusi, ovviamente, i trumpiani di ferro) ci auguriamo, le elezioni avranno luogo e i repubblicani perderanno il controllo non solo del Congresso ma anche del Senato? Gli scenari possibili, a mio avviso, sono tre.
Nel primo e più probabile, come già altri presidenti prima di lui, Trump diventerà una lame duck, un’anatra zoppa: resterà in carica ma il suo potere che attualmente è di fatto privo di ogni controllo sarà fortemente limitato dal Parlamento.
Il secondo scenario vede lo stesso Parlamento che, in mano ai democratici, mette Trump in stato d’accusa e, come già accadde a Nixon, lo costringe alle dimissioni o, peggio, lo fa decadere dalla carica.
Nel terzo scenario, infine, potrebbe essere lo stesso establishment repubblicano a trovare un modo di liberarsi di lui ammalandolo per dichiararlo incapace di svolgere le sue funzioni o addirittura facendone, come già accadde a Lincoln e Kennedy, la vittima di un attentato meno dubbio e più efficace di quelli precedenti di cui è stato protagonista: il risultato sarebbe duplice, perché il partito si libererebbe di un personaggio ormai chiaramente fuori controllo, se non fuori di testa, e ne farebbe al contempo un martire da beatificare e glorificare alle elezioni successive.
Fermo restando che la morte non si augura a nessuno, ed essendo innegabile che molti nel mondo si augurino che in un modo o nell’altro il regno di Donald Trump finisca al più presto, riflettendo sulle conseguenze dell’eventuale realizzarsi del secondo o del terzo scenario mi è venuto in mente l’antico racconto che riguarda Dionigi di Siracusa e una vecchietta che, unica e sola nella città-stato siciliana, pregava ad alta voce nei templi per la salute e la lunga vita dell’odiato e spietato tiranno il quale, informato e compiaciuto della cosa, volle incontrare la donna e chiederle a cosa fossero dovute quelle preghiere. La risposta fu: «Quando governava tuo nonno, che era crudele e violento, ho pregato che morisse; è morto, e a lui è succeduto tuo padre, che era ancora più violento e crudele di lui, ed ho implorato gli dèi di liberarcene; gli dèi mi hanno esaudito e sei arrivato tu, che sei peggiore di tuo padre e di tuo nonno, perciò prego che tu viva a lungo, perché temo chi verrà dopo di te».
Morale: se per qualunque motivo Donald Trump dovesse lasciare la Casa Bianca prima del 2028, al suo posto subentrerebbe J. D. Vance, il vicepresidente dichiaratamente misogino, omofobo e ferocemente cattolico che pretende di insegnare teologia al papa e che ha affermato di aver parlato con Dio, il quale gli ha detto di rispettare la sua volontà e che se questo comporta la fine del mondo, beh, pazienza.
Non so voi ma tutto considerato, perciò, preferisco che Trump completi il suo mandato con tutti i limiti imposti da un Parlamento a lui ostile, dando perciò di matto ancor più di ora (per quanto sembri impossibile) e dimostrando agli americani che l’era dei cow-boy sbruffoni è finita, in modo che la prossima volta che vorranno eleggere un presidente repubblicano se lo scelgano con maggiore oculatezza; e che comunque il suo mandato non sia completato da Vance.
È preferibile un presidente narcisista che fa finta di credere in Dio, mentre di Dio si serve per abbindolare gli ingenui che lo credono sincero, a un presidente esaltato, sinceramente ottuso e bigotto, e capace di scatenare un conflitto il cui esito, anche se catastrofico, egli accoglierebbe convinto di aver assolto a un sacro dovere.
Come tutti i fanatici, Vance è convinto in buona fede d’avere la verità in tasca. Questo ne fa, come di altri prima di lui – tanto per fare qualche nome: Savonarola, Torquemada, Robespierre, Mussolini, Hitler, Saddam Houssein, Stalin, Pol-Pot, Khomeini, Putin, Netanyahu – un pericolo ben maggiore di Trump che è meschino, approfittatore, corrotto, nepotista e ignorante quanto si vuole ma certamente attento a non provocare la fine del mondo perché dal mondo, lui, vuole essere venerato, ammirato e temuto. Poco conta che sia per davvero o solo nella sua immaginazione: in ogni caso, il mondo a lui serve e non penserebbe mai, nel nome di Dio, di ridurlo in cenere.
Il che invece, temo, Vance farebbe, non senza rivolgere devoti inni di lode al dio dal quale è convinto di ricevere istruzioni, come altri che sentono voci ma che, invece di accedere alla Casa Bianca, sono tenuti in custodia in appositi ospedali, seguiti da medici alienisti e di bianco non vedono che la camicia indossano: una camicia di forza.
Giuseppe Riccardo Festa
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