Secondo un commento che ho letto qualche giorno fa, l’ammirazione – totale, acritica e assoluta – che Giorgia Meloni manifesta nei confronti di Donald Trump discenderebbe dal bisogno della nostra presidente del Consiglio di ritrovare in una potente figura maschile il padre dal quale è stata abbandonata durante l’infanzia.
Non conosco nulla della storia della famiglia Meloni, e francamente non posso dire di smaniare dalla curiosità di saperne qualcosa, e quindi non sono in grado di valutare le motivazioni che indussero papà Meloni a fuggire dal focolare domestico. La mia ignoranza in materia mi induce a presumere che la mamma di Arianna e Giorgia, tipica italica madre e fulgido esempio per la Nazione, sia una donna dolce, soave, capace solo di tenerezze, operosamente e devotamente dedita ai suoi doveri di angelo del focolare. Certo, se invece la mia presunzione fosse fallace e la prole avesse ereditato da lei le opposte doti comportamentali che la caratterizza, beh, allora al povero papà Meloni, accasato con una walkiria wagneriana e atterrito dalla prospettiva di vedersene crescere accanto altre due, qualche attenuante per la sua fuga bisognerebbe riconoscerla.
Ma bando a queste vagamente freudiane illazioni: in realtà, più che al viennese padre della psichiatria, è al francofortese vate della letteratura germanica che bisogna fare riferimento per comprendere l’attrazione fatale che spinge Giorgia Meloni a cercare l’abbraccio di Donald Trump, per quanto unto e appiccicoso esso possa essere. Mi riferisco (e spero che dall’Empireo, ove dimora, egli voglia perdonarmi l’ardire) a Wolfgang Göthe, autore di capolavori immortali come il “Faust”, “I dolori del giovane Werther”, i versi del “Divano occidentale-orientale” e, non da ultimo, di “Le affinità elettive”.
In “Le affinità elettive”, Göthe racconta lo strano incrocio di relazioni fra due coppie, in cui la moglie e il marito dell’una si sentono attratti, non tanto fisicamente quanto spiritualmente, dal marito e dalla moglie dell’altra. Nel caso di Giorgia e di Donald, l’attrazione si muove su un piano molto meno rarefatto e intellettuale di quello del romanzo. Essa ha a che fare, piuttosto, con l’alta opinione che i due hanno di sé stessi, opinione che i malevoli definiscono “delirio narcisista” mentre per loro e per i loro estimatori, tipo Italo Bocchino e Pam Bondi, è semplicemente perfezione, è necessità che il mondo riconosca le loro inarrivabili qualità di leader, la profonda competenza, la generosità, la bontà, la cultura, l’umanità, l’amore a tutta prova per la pace, e si inchini dinanzi a siffatti giganti, esempi fulgidi per i posteri, per omnia secula saeculorum, amen.
Giustamente, quindi, Donald Trump ha messo su il broncio per non aver ottenuto il riconoscimento del Nobel per la Pace, e Italo Bocchino ha caldeggiato l’assegnazione a Giorgia Meloni di quello per l’Economia, e giustamente entrambi i leader sono costretti a mostrare la loro sorpresa e irritazione ogni volta che un magistrato, chiaramente politicizzato, sentenzia contro una loro decisione, mostrandosi ottusamente ostinato nell’applicare la legge anziché chinarsi alle loro desiderata, come sarebbe dovere di ogni leale suddito.
Questa certezza di perfezione che ovviamente – a detta di Giorgia, Donald, Italo e Pam – non discende da arroganza o presunzione ma al contrario da un’oggettiva consapevolezza delle loro innegabili doti umane e politiche, spiega il motivo per cui i due leader soffrono indicibilmente ogni volta che qualcuno, oltre ai giudici politicizzati, si rifiuta di riconoscere gli sforzi che essi, avvalendosi di collaboratori magari scarsi di competenza ma degni della loro fiducia, prodigano nel tentativo di offrire all’umanità quell’avvenire luminoso, quelle “magnifiche sorti e progressive” che la realizzazione dei loro progetti consentirebbe. Cito ad esempio, per Donald, la trasformazione di Gaza in un resort di lusso per super ricchi (previo sterminio dei Palestinesi, ma a cura di Netanyahu), l’acquisizione della Groenlandia e del Canada, la colonizzazione di Venezuela e Iran (la prima già in corso, l’altra previa necessaria, inevitabile guerra ma sempre, sia chiaro, nel nome della pace), e per Giorgia la costruzione di un ponte sulle faglie telluriche dello Stretto di Messina, la spesa di qualche centinaio di milioni di euro per quei centri in Albania che “fun-zio-ne-ran-no!” e lo stravolgimento della Costituzione per liberare i politici (finalmente!) dal fastidio di rispondere alla Magistratura dei loro comportamenti e dare al premier quei pieni poteri che Matteo Salvini vagheggiò e che Giorgia, se tutto va come deve, otterrà dopo la formalità, fastidiosa ma inevitabile, del voto da parte di un Parlamento doverosamente ossequioso.
Che poi i collaboratori di cui sopra, scelti per realizzare questi grandiosi progetti siano loro parenti, amici, sodali e famuli, tanto da far gridare allo scandalo i loro maligni e malvagi oppositori che parlano di nepotismo, di clientelismo e di affarismo, è del tutto accidentale.
Mica è colpa loro se solo fra parenti, amici, sodali e famuli essi trovano quella corrispondenza d’amorosi sensi e, soprattutto, quella elasticità della schiena, quella propensione all’inchino che giunge fino all’adorante prostrazione, di cui essi hanno bisogno e che è un loro sacrosanto, inalienabile, divino diritto, che diamine!
Giuseppe Riccardo Festa
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