CALABRIA SVUOTATA: 92MILA GIOVANI PARTITI IN DIECI ANNI

I giovani calabresi abbandonano la regione in cerca di un futuro

Partenze!

Antonio Loiacono

C’è un tempo immobile che abita le piazze della Calabria. Non è la calma, è la sospensione: una pausa troppo lunga tra ciò che si è e ciò che si vorrebbe diventare.
Qui l’ascensore sociale non è rotto: semplicemente non parte più! Rimane bloccato al piano terra, mentre chi vuole salire prende il treno, l’aereo, o qualsiasi cosa porti lontano.
I giovani lo sanno bene: per studiare, lavorare, esistere, bisogna emigrare. Chi resta, resta in bilico, dentro un’attesa che sa di rassegnazione e silenzio.

La traiettoria della Calabria sembra aver imboccato una discesa lenta, quasi elegiaca. Mentre l’aspettativa di vita si allunga — 82,3 anni; secondo il BES 2025 (il rapporto sul Benessere Equo e Sostenibile che include 67 indicatori di benessere e livello provinciale, fornendo una visione dettagliata delle condizioni socio-economiche in Italia) quella di un futuro possibile si restringe come un orizzonte visto dallo specchietto retrovisore.
È l’immagine di una regione che riesce a durare, ma non a muoversi.

Negli ultimi dieci anni la Calabria ha perso 92.000 giovani tra i 15 e i 34 anni, pari a una riduzione del 19% della popolazione in quella fascia d’età, secondo i dati ufficiali elaborati da Istat e Cgia di Mestre. Dal 2002 a oggi, oltre centomila bambini sono svaniti dalle anagrafi e dai cortili: generazioni intere che non hanno mai giocato sotto i nostri campanili. Le scuole si spengono una dopo l’altra, e le piazze si riempiono di silenzi che rimbombano.
I numeri raccontano più di mille discorsi: quasi sei giovani su dieci tra i 15 e i 29 anni non lavorano, né cercano un impiego. Il tasso di occupazione scivola al 18,5%, mentre i Neet (in inglese “Not Engaged in Education, Employment or Training”, che significa letteralmente “non attivo in istruzione, lavoro o formazione”), coloro che restano sospesi tra studio, lavoro e speranza, toccano il 26,2%.
In sostanza, una generazione intera vive in stand-by, con il mondo in movimento e loro fermi al margine.

Chi riesce a mettere le mani su un lavoro lo custodisce come un bene raro, anche se frutta poco più di una sopravvivenza: 15.350 euro all’anno, una cifra che somiglia più a un contentino che a un traguardo.
Un passo avanti minuscolo, incapace di spostare davvero l’ago della libertà personale.

Le parole che altrove riempiono i manuali di economia — aggiornamento, riconversione, crescita professionale — qui sono suoni che si disperdono nel nulla. Non sono altro che slogan vuoti, ripetuti senza che nessuno li prenda sul serio.

Solo un misero 7,2% degli adulti osa pensare di imparare qualcosa di nuovo; tra i laureati sotto i quarant’anni, uno su quattro si illude ancora di poter ripartire. Ma in questa terra dimenticata dall’Italia, migliorarsi è un lusso per pochi fortunati. L’ambizione? Un miraggio per chi non ha i soldi o la speranza per inseguirla. La stragrande maggioranza dimentica i sogni, sepolti in un cassetto polveroso.

Il punto debole del nostro sistema è proprio dove dovrebbe esserci la rinascita: a scuola! Qui la matematica è una lingua straniera incomprensibile, e l’italiano è una giungla di regole inutili. Il 61% dei ragazzi di terza media non raggiunge nemmeno le competenze base in matematica, e più della metà si perde anche nella propria lingua madre.

È un’educazione che non ha basi, un edificio costruito su sabbie mobili. I ragazzi vanno a scuola, ma non imparano a pensare, ma solo a superare test futili. I report ministeriali mascherano la realtà con parole vuote e percentuali, mentre il sistema scolastico si sgretola sotto il peso dell’indifferenza, e con esso scema la fiducia nel futuro.

La regione si svuota impercettibilmente, come una brocca incrinata che perde ogni goccia d’acqua vitale. Non è solo una questione di numeri: scompare l’energia, la linfa creativa di una generazione senza opportunità. Nel 2023 i giovani laureati lasciano questo posto a una velocità spaventosa: -42,2 per mille. Una diaspora silenziosa e inarrestabile.

Ogni valigia chiusa è una sconfitta mascherata da scelta, un pezzo di speranza strappato a questa terra che ha smesso di credere in se stessa. Chi resta, invecchia dentro un tempo fermo, schiacciato da un immobilismo senza futuro. E la politica? Ombra sbiadita di un potere sempre più vecchio e incancrenito: solo il 28,3% degli amministratori ha meno di quarant’anni, con un calo netto in un solo anno.

Il potere si aggrappa al passato come un cimelio impolverato, escludendo chi vorrebbe portare aria nuova. Non c’è rigenerazione, solo una lenta agonia.

Ma non tutto è perduto. In questo deserto di rassegnazione, ci sono ancora quelli che non si arrendono. Giovani che scelgono di restare, non perché non possono andare, ma per amore, coraggio e testardaggine. Aprono laboratori, insegnano, inventano mestieri in luoghi dove sembrava impossibile.

Sono pochi, ma sono la luce. Riscrivono il senso di appartenenza: non come nostalgia, ma come un atto di resistenza civile. Restare oggi significa fare politica con il cuore, dire “io ci credo ancora” in un luogo dove il credere è diventato quasi un atto di fede.

Forse il futuro della Calabria non nascerà da chi scappa, ma da chi sceglie di tornare — o da chi, pur potendo, decide di restare, con tutto il sacrificio che ciò comporta.

 

Views: 112

Puoi essere il primo a lasciare un commento

Lascia una risposta