CALOVETO, CARMINE ABATE E IL VALORE DELLE RADICI: «NON SONO UNO SRADICATO, HO PIÙ RADICI !»

Il 5 novembre, nella Biblioteca comunale, lo scrittore ha incontrato il pubblico per parlare del romanzo “I giorni dell’arrivederci”. Gli interventi del sindaco Umberto Mazza, del dirigente scolastico Giovanni Aiello e del responsabile della Biblioteca Fabrizio Grillo hanno preceduto il dialogo con la professoressa Mena Forciniti. Al centro della serata cultura, memoria, emigrazione e futuro delle comunità

Carmine Abate

■Antonio Loiacono

Una biblioteca non vive soltanto dei libri custoditi sugli scaffali. Vive delle persone che la frequentano, delle idee che riesce a mettere in circolo e delle occasioni di incontro che offre a una comunità. È da questa consapevolezza che ha preso forma l’iniziativa organizzata il 5 novembre dalla Biblioteca comunale di Caloveto, che ha ospitato Carmine Abate, autore del romanzo I giorni dell’arrivederci.

Non una semplice presentazione editoriale, ma una serata che ha attraversato temi capaci di parlare a tutti: il valore della cultura nei piccoli centri, il ruolo della scuola, le partenze, il senso di appartenenza e il legame con i luoghi nei quali affondano le nostre storie.

La Biblioteca era gremita. Accanto ai cittadini di Caloveto, erano presenti persone arrivate dai centri vicini e da altre località del territorio, desiderose di incontrare lo scrittore e ascoltare il racconto che sta dietro le pagine del suo ultimo romanzo. Una partecipazione che ha superato i confini comunali e ha trasformato, per una sera, la biblioteca in un luogo di incontro per una comunità più ampia, riunita intorno alla letteratura e alla memoria.

Ad aprire l’incontro è stato il sindaco Umberto Mazza, che ha richiamato il significato più ampio del compito di un amministratore.

“Amministrare –ha sottolineato– non significa soltanto realizzare strade, opere pubbliche e interventi materiali. Significa anche lasciare qualcosa che possa durare nel tempo, investendo nella cultura e nella formazione delle nuove generazioni.”

Il primo cittadino ha indicato nei bambini e nello studio una delle priorità sulle quali una comunità deve concentrare le proprie energie.

“In una stagione storica segnata da guerre, tensioni e profonde trasformazioni tecnologiche, con i social network e l’intelligenza artificiale sempre più presenti nella vita quotidiana –ha continuato il sindaco– la formazione resta uno strumento fondamentale per preparare cittadini consapevoli.”

In questa direzione si inserisce anche lo spazio dedicato ai più piccoli all’interno della Biblioteca comunale. Un segnale concreto dell’attenzione che l’amministrazione intende riservare alla crescita culturale dei bambini.

Mazza ha poi collegato la presenza di Carmine Abate alla storia di tanti paesi del territorio, segnati dalle partenze e dalle esperienze migratorie.

“Lasciare la propria terra per costruire una vita altrove –ha proseguito il primo cittadino– significa confrontarsi con sentimenti, relazioni e identità che continuano a legare le persone ai luoghi d’origine. La presenza dello scrittore, rappresentava dunque un’occasione per riflettere sulle proprie radici e su ciò che resta di noi nei luoghi che abbiamo lasciato.”

Nel suo intervento, il dirigente scolastico Giovanni Aiello ha posto l’accento sul valore educativo del romanzo e sulle possibilità che la lettura può offrire al mondo della scuola.

“La storia raccontata da Abate –sono state le parole del dirigente scolastico– consente di avvicinarsi alle esperienze di chi parte e di chi resta, aiutando soprattutto i più giovani a comprendere situazioni umane e familiari diverse dalla propria. La letteratura diventa così uno strumento per mettersi nei panni degli altri, riconoscere le difficoltà vissute da chi emigra e sviluppare una maggiore consapevolezza della propria identità.”

Aiello ha richiamato anche il ruolo della biblioteca come presidio di democrazia, libertà di espressione e cultura. Un luogo nel quale la conoscenza non deve restare patrimonio di pochi, ma diventare un’opportunità accessibile e condivisa.

Un passaggio particolare è stato dedicato all’educazione alle emozioni e all’empatia. Un compito che riguarda la scuola, ma anche gli adulti, chiamati a essere esempi credibili per le nuove generazioni. Aiutare bambini e ragazzi a sviluppare rispetto e attenzione verso gli altri significa, in fondo, insegnare loro a comprendere anche le storie che non coincidono con la propria.

A illustrare il percorso della Biblioteca comunale è stato Fabrizio Grillo, responsabile della struttura, che ha insistito su un punto essenziale: non basta avere una biblioteca, bisogna farla vivere.

“Una biblioteca –ha spiegato– non può ridursi a un luogo nel quale custodire libri. Deve essere uno spazio frequentato, animato da iniziative e riconosciuto dai cittadini come punto di riferimento per la cultura e la crescita collettiva.”

Grillo ha ricordato le attività avviate nei primi mesi e la partecipazione registrata intorno agli appuntamenti organizzati. Ha fatto riferimento anche al contributo ricevuto dal Ministero della Cultura per l’acquisto di libri e alla scelta di valorizzare gli autori del territorio. In questa prospettiva si inserisce l’incontro con Abate, scrittore che ha costruito la propria esperienza umana e letteraria anche lontano dalla Calabria, senza mai interrompere il rapporto con i luoghi e le storie di questa terra.

“L’intenzione –ha anticipato Grillo– è proseguire su questa strada, portando a Caloveto altri autori e nuove occasioni di confronto. L’obiettivo è fare della biblioteca un luogo capace di guardare al futuro, mantenendo vivo il legame con la propria comunità.”

Dopo gli interventi introduttivi, la dottoressa Mena Forciniti ha accompagnato il pubblico nel mondo narrativo di I giorni dell’arrivederci, dando avvio al dialogo con Carmine Abate.

Al centro del romanzo c’è Giorgio, un bambino che vive in collegio sul Monte Bondone, in Trentino, a circa 1.100 metri di altitudine. In quella struttura si ritrovano i figli degli emigrati meridionali, tra i quali anche bambini provenienti da Cariati. Una vicenda letteraria che affonda le proprie radici in esperienze realmente conosciute dallo scrittore.

Abate ha raccontato di aver insegnato per molti anni nei corsi di lingua italiana organizzati in Germania per i figli degli emigrati:

“Da quell’esperienza ho raccolto storie, volti e situazioni diventati materia narrativa. I bambini incontrati, le difficoltà linguistiche, il senso di estraneità e le separazioni familiari hanno contribuito a dare forma al personaggio di Giorgio.”

Un momento di particolare intensità emotiva è arrivato quando sullo schermo è apparso un filmato di un concerto di Cataldo Perri, medico, musicista e scrittore, caro amico di Carmine Abate, scomparso prematuramente. Nelle immagini compariva una data: 8 agosto 2008. La stessa data che, come ha raccontato lo scrittore, rappresenta un momento decisivo nella genesi de I giorni dell’arrivederci.

La coincidenza ha lasciato Abate visibilmente incredulo. Per un istante, il ricordo dell’amico e la nascita del romanzo si sono sovrapposti, creando un’atmosfera difficile da ricondurre alla sola casualità.

Sembrava quasi che Cataldo, attraverso quelle immagini riaffiorate dal passato, fosse tornato a incrociare il cammino di una storia alla cui nascita, almeno sul piano affettivo e umano, pareva aver partecipato. Non un coautore in senso letterario, naturalmente, ma una presenza che ha assunto un significato speciale. Come se, per un momento, anche lui avesse trovato posto tra le pagine del romanzo.

Il titolo stesso contiene una parte importante del messaggio. L’arrivederci non è un addio definitivo: è un saluto che lascia aperta la possibilità di ritrovarsi. Una parola che racchiude la condizione di chi parte, ma non recide il legame con le persone e i luoghi lasciati alle spalle.

Nel corso dell’incontro, Abate ha riflettuto anche sul ruolo dello scrittore e sulla responsabilità di custodire le storie prima che il tempo le disperda:

“La memoria, nella sua visione, non è un esercizio nostalgico né un semplice ritorno al passato. È una materia viva, capace di parlare al presente e alle generazioni future.” Una delle immagini più significative consegnate al pubblico è stata quella della memoria come «una grande luce che viene dal passato e che ha un senso solo se illumina il nostro presente».

Per spiegare questo legame, lo scrittore ha letto un brano dedicato all’infanzia nel paese: la piazza, la scuola, le montagne della Sila, le colline, il mare, i bambini che giocano e gli anziani seduti davanti al bar. Un mondo nel quale le storie passavano da una generazione all’altra, attraverso i racconti degli adulti e dei nonni.

In quelle pagine riaffiorano anche le lotte contadine di Melissa, le occupazioni delle terre e la repressione che colpì chi chiedeva condizioni di vita più giuste. E poi la vicenda di Andrea Vari Papa, partito dal paese nel 1903, a soli dodici anni, e diventato negli Stati Uniti un grande campione di bowling.

Storie diverse, ma unite da un filo comune: il bisogno di non perdere traccia di ciò che è accaduto. Perché conoscere le vicende dei propri luoghi e delle proprie famiglie, ha spiegato Abate, permette di affrontare il presente con maggiore consapevolezza.

Uno dei passaggi più intensi del dialogo ha riguardato le ragioni dell’emigrazione:

“Respingo l’idea che chi parte la faccia perché non ama la propria terra. Spesso, al contrario, la partenza nasce proprio dal desiderio di garantire ai figli un futuro diverso. Le generazioni che hanno lasciato la Calabria non cercavano soltanto un lavoro. Volevano offrire ai propri figli la possibilità di studiare, costruire una casa, vivere in condizioni migliori e conquistare opportunità che nei paesi d’origine erano spesso mancate”, ha sottolineato il romanziere.

L’emigrazione, in questa prospettiva, non è una scelta priva di dolore. È una necessità che lascia ferite, ma può anche diventare il tentativo di aprire nuove strade per chi verrà dopo.

Abate ha richiamato anche le proprie esperienze in Germania, dove ha conosciuto difficoltà di integrazione e forme di razzismo. Ha raccontato come la sua identità venisse continuamente definita dagli altri:

“Straniero per i tedeschi, meridionale per gli italiani del Nord, calabrese in altri contesti, arbëreshë per le mie origini e, infine, trentino per il luogo in cui vivo.”

Una successione di definizioni che lo ha portato a interrogarsi su una domanda fondamentale: chi sono davvero?

La risposta è diventata una delle idee centrali della sua esperienza umana e letteraria:

«Non sono uno sradicato, ho più radici».

È questa la frase che forse più di ogni altra ha sintetizzato il senso dell’incontro.

Abate ha spiegato di non aver mai cancellato le proprie origini. Al contrario, le ha riscoperte e vissute con maggiore intensità, affiancandole alle radici maturate nei luoghi attraversati durante la sua vita.

La lingua madre, la terra d’origine e i ricordi familiari continuano a essere parte della sua identità. Accanto a essi, però, si sono aggiunti nuove lingue, esperienze, relazioni e luoghi. Da qui la formula che lo scrittore ha scelto per descrivere il proprio percorso: «vivere per addizione». Non sostituire una radice con un’altra, non scegliere una terra contro un’altra, ma accogliere ciò che ogni esperienza lascia dentro di noi.

È una prospettiva che supera la nostalgia e restituisce all’emigrazione una dimensione più complessa. Si può appartenere a più luoghi senza smettere di appartenere a quello da cui si proviene. Si può partire senza rinnegare la propria storia. E si può ritrovare, attraverso la scrittura, ciò che il tempo e la distanza non hanno cancellato.

A dare voce a questo legame profondo è arrivata un’altra frase dello scrittore, forse la più evocativa del suo rapporto con il mondo: «Io sento l’anima dei luoghi. E mi seguono ovunque io vada!»

Non è soltanto una dichiarazione d’amore per la propria terra. È un modo di guardare alla vita. I luoghi, nella sensibilità di Abate, non sono semplici coordinate geografiche o scenari immobili nei ricordi. Sono presenze vive, custodi di voci, volti, profumi e storie. È il paese dell’infanzia, sono i paesaggi della Calabria, le montagne della Sila, le colline e il mare. Ma sono anche le terre dell’emigrazione, quelle che lo hanno accolto, trasformato e arricchito.

Ogni luogo attraversato lascia qualcosa. Ogni incontro aggiunge una sfumatura alla nostra identità. E così, anche quando cambiano le lingue, le case e gli orizzonti, una parte di quei luoghi continua a vivere dentro di noi. Non come un peso da portare, ma come una ricchezza che accompagna il cammino.

L’incontro di Caloveto ha messo in relazione mondi che spesso vengono raccontati separatamente: la scuola, la biblioteca, la letteratura, la memoria dei paesi e le storie dell’emigrazione.

Gli interventi di Umberto Mazza, Giovanni Aiello e Fabrizio Grillo hanno richiamato il valore della cultura come investimento sul futuro e occasione di crescita per l’intera comunità. Il dialogo condotto da Mena Forciniti ha poi permesso di entrare nel mondo narrativo e umano di Carmine Abate, restituendo al pubblico una riflessione che va oltre le pagine di un romanzo.

Alla fine, il filo che ha unito la serata è rimasto quello delle radici: non come legame che trattiene, ma come memoria che accompagna; non come confine che impedisce di partire, ma come parte di sé che continua a vivere anche lontano.

Perché una biblioteca è davvero viva quando non conserva soltanto libri, ma mette in relazione le persone, custodisce le loro storie e le consegna a chi verrà dopo. E perché, come ha ricordato Abate, si può andare lontano senza diventare sradicati. A volte, si parte portando con sé più di una terra.

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