60 anni: le mie domeniche sulle frequenze di “Tutto il calcio minuto per minuto”

La vita è un gioco e vince chi ritorna bambino ed io per un attimo, fissando i frammenti di ricordi, sono tornato bambino

Sandro Ciotti e Enrico Ameri

Da ragazzo le mie domeniche erano segnate da due appuntamenti fissi dal sapore inequivocabile, che si dividevano in due momenti: la seconda parte della mattinata e il primissimo pomeriggio. C’era un rito preparatorio, tuttavia, che mi suscitava una forte emozione sin dal sabato sera. Una febbre libidinosa per quanto andassi a vivere l’indomani.

Appena sveglio il mio primo pensiero era rivolto dritto all’acquisto del Corriere dello Sport. Benedette le 150 lire, doverosamente di moneta, che quasi lanciavo in modo frenetico nelle mani del mio amico edicolante, che era già li dalle prime luci del giorno. Quando non lo trovavo nel chiosco sapevo dove cercarlo. Pure lui aveva il suo rituale da giorno di festa. Un buon caffè nel bar nella vicina piazza. 

Il quotidiano sportivo era la fonte unica, e particolarmente esaustiva, alla quale mi abbeveravo. Non vedevo l’ora di averlo tra le mani per scorrere le formazioni delle varie squadre impegnate – tutte in contemporanea, che bella cosa (!) – nelle partite del campionato della massima serie.

Il primo sguardo lo rivolgevo ai numeri 1 delle squadre, che contrassegnavano rigorosamente la maglia “incolore” dei portieri. Così capivo subito se durante la settimana qualche infortunio o meno aveva coinvolto gli estremi difensori anche perché le riserve, i cosiddetti numeri 12, erano l’altra mia passione calcistica.

All’epoca i portieri rappresentavano un punto fermo dello schieramento che scendeva in campo. La loro assenza, perciò, determinava qualche rischio di tenuta degli uomini della difesa. Insomma, tra di essi parlavano la stessa lingua e l’assenza del titolare in porta creava qualche problema. I portieri erano per lo più calciatori silenti che anche solo a gesti dirigevano la loro squadra una volta sul rettangolo di gioco. A me piaceva molto osservare i loro movimenti nelle rare immagini delle partire, che un tempo, venivano diffuse sul piccolo schermo.

Una volta studiate formazioni e partite della giornata, concentravo l’attenzione su quelle più di cartello. Specialmente gli scontri diretti per l’alta e bassa classifica.

Imparavo a memoria i cognomi dei calciatori più conosciuti delle squadre. che si sarebbero affrontate in campo da lì a qualche ora.

Ciò mi serviva per entrare nella parte dei diversi protagonisti, che avrei messo in scena in una sorta di mini “Tutto il calcio minuto per minuto”. Il luogo deputato a ospitare la mia avveniristica fantasia era all’aria aperta. In campagna dove abitualmente andavo tutte le domeniche con i miei familiari. Liberavo così tutta la mia immaginazione, esplodendo la mia carica interiore, imitando le gesta calcistiche dei miei beniamini.

Il viaggio in auto, circa un’ora, mi aiutava a memorizzare le partite selezionate e le possibili radiocronache tenute dai mitici giornalisti, da Ciotti ad Ameri, da Bortoluzzi a Luzzi che erano i maestri radiofonici. Ricordo come se fosse oggi la potenza e il fascino che percepivo dalle loro voci, capaci di costruire visioni, indicando orizzonti, facendo sognare. Un concentrato di felicità.

Giunto sul posto non perdevo un attimo del tempo prezioso che avevo a disposizione. Immediatamente mi gettavo sul mio campo di gioco. I cui stretti confini erano dettati esclusivamente dalla fantasia del sottoscritto. Il muro di ingresso alla casa era la mia unica porta, contro la quale scagliavo il pallone che rimbalzando mi permetteva di lanciarmi in terra allo scopo di parare. Mentre giocavo recitavo a voce alta le radiocronache dai diversi campi che avevo deciso di collegare.

Passavo da un campo ad un altro con una velocità unica. Quello che non cambiava era il modo di giocare. Uguale per tutti. Nessuna differenza o preferenza. Mescolavo giocatori e partite. D’altronde vestivo i panni di più attori, dai calciatori ai radiocronisti. Tutto filava con tempi serratissimi nel susseguirsi delle azioni. Una vera ubriacatura di calcio che vivevo ogni volta come se fosse la prima. Non sapevo mai come poi andava a finire. 

Nessuno osava interrompermi, anche se era davvero surreale quanto avessi organizzato. E cosi si andava avanti in modo instancabile per ore, finché arrivava la chiamata per il pranzo. Che segnava definitivamente nella mia rappresentazione calcistica il classico fischio finale del novantesimo minuto. I risultati finali erano il preambolo a quello che sarebbe poi accaduto realmente sui rettangoli verdi del campionato. Poco dopo aver pranzato ci si preparava per il rientro in città, per non farlo con il buio del calare della sera.  

In auto nel viaggio di ritorno mi attaccavo con l’orecchio alla mia piccola radiolina philips per conoscere l’andamento delle partite. Si trattava in quel caso di partite vere e non recitate dal sottoscritto, con le notizie che provenivano direttamente dai campi di calcio. Due o tre minuti per stadio di racconti palpitanti, che mi permettevano di aggiornare in tempo reale l’andamento della classifica.

“Scusa Ciotti, scusa Ameri” era il celeberrimo incipit radiofonico che ha segnato le abitudini di intere generazioni, compreso la mia. Sono sessant’anni da quella domenica del 10 gennaio del 1960, quando si avviò la prima puntata di “Tutto il calcio minuto per minuto”. La vita è un gioco e vince chi ritorna bambino ed io per un attimo, fissando i frammenti di ricordi, sono tornato bambino. Mi piace, allora, pensare che qualcuno, che è arrivato a leggere sin qui, magari con calma proverà a riavvolgere i nastri della sua memoria. 

Nicola Campoli

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