Una legge elettorale che mette tutti d’accordo (anche quelli che dicono di non esserlo)

Il 36% col maggioritario, il resto col proporzionale e si voterà per le coalizioni; la scheda elettorale conterrà i nomi di tutti i candidati del collegio, il che vuol dire che o sarà grande quanto un lenzuolo a tre piazze o i caratteri saranno tanto piccoli da somigliare alle clausole vessatorie dei contratti di assicurazione.

A parte questi aspetti scenografici, il cosiddetto “Rosatellum bis” è la legge elettorale che, al di là delle dichiarazioni di facciata, farà felici tutti quanti, e non solo in Italia.

In Italia farà felice il PD che col sistema così congegnato – complici anche i dati incoraggianti dell’economia di questi ultimi mesi – unendosi ad alleati più o meno probabili, primo fra tutti l’evanescente e cangiante Angelino Alfano, può sperare di continuare a guidare il governo del Paese.

Alfano ha spuntato l’abbassamento al 3% dei votanti della soglia di sbarramento, che di fatto così escluderà soltanto il PDMN (Partito Di Mio Nonno), la  LDGV (Lega Per la Difesa del Ginocchio Valgo),  e qualche altro partito ancora più insignificante, come i Verdi e Rifondazione Comunista (o quello che è adesso). In cambio ha tolto il veto alla legge sullo Ius Soli. Insomma, dovremo tenerci in Parlamento il partito di Alternativa Popolare (popolare col 3% dei voti? Mah!) ma almeno, finalmente, avremo una legge civile per la cittadinanza ai ragazzini nati ed educati in Italia, anche se figli di stranieri (comunque regolari).

Berlusconi grazie alle plastiche facciali ha la faccia più tosta che mai e, oltre a sperare di potersi ancora far eleggere, ha il coraggio di criticare Grillo che si faceva pagare in nero, lui che è stato condannato per truffa allo Stato. Spera di costruire le alleanze giuste e tornare così a raccontare barzellette ai congressi e alle riunioni internazionali, e fare le corna a qualche leader che gli capita davanti nelle foto ricordo: lui, della politica, ha sempre avuto questo altissimo concetto.

Grillo ha indetto il noto plebiscito sulla piattaforma Rousseau, cui ha partecipato la folla oceanica di ben 37.000 votanti, cioè più o meno la metà di quelli necessari per riempire lo stadio Olimpico di Roma. Come da copione ha vinto Di Maio, che è arrivato a Rimini per accettare l’investitura scendendo da una macchina vuota ed ha promesso che cambierà l’Italia. In realtà, con la legge elettorale che si prospetta, al massimo potrà cambiare poltrona a Montecitorio, perché rischia di non essere eletto nemmeno più alla carica di vicepresidente che copre attualmente. Ma si può pensare che a Grillo vada benissimo perché le esperienze di governo del suo partito, finora (vedi Roma in particolare) non è che siano state molto entusiasmanti: meglio continuare a urlare dall’opposizione, cosa che a fare son buoni tutti, che dimostrarsi, o confermarsi, inetti al governo.

Salvini promette, pure lui, sfracelli “quando andrà al governo”, quasi che, pure lui, credesse davvero di poter, un giorno, essere nominato presidente del Consiglio. Intanto Bossi lo avverte che Berlusconi gli ha offerto un posto in una sua lista (affinità elettive tra pregiudicati): questo vuol dire che Salvini potrebbe perdere parte dell’elettorato più romanticamente legato ai vecchi slogan padani e localistici a vantaggio di Berlusconi, che così sarebbe lui a dirigere la baracca della destra.

Poi ci sono le misteriose entità della sinistra dura e pura, quella che lancia proclami misteriosi sul tipo “bisogna unire la sinistra”, e che per far ciò crea scissioni a catena che manco Fermi con l’atomo di uranio, condannandosi, come da codice genetico, a perdere.

All’estero, poi, guardano con sollievo all’eventualità di una continuazione dell’attuale linea politica visto che in Italia, quando si è cambiato qualcosa, di solito – da Masaniello e Cola di Rienzo in poi, giù giù fino a Mussolini, Berlusconi, Renzi, Raggi e Nogarin – lo si è fatto in peggio.

Ovviamente, chi spera di guadagnare di più, in tutto questo, è il segretario PD Renzi, che morde il freno nella speranza di tornare a Palazzo Chigi, prospettiva che se sorride a lui non è altrettanto gradita a molti altri, ivi inclusi numerosi esponenti del suo stesso partito.

E in effetti, se tutto deve restare com’è, tanto vale che a Palazzo Chigi ci resti il mite, grigio, pacato, paziente e se vogliamo perfino noioso Gentiloni: in mezzo a tanta gente che urla, e insulta, e minaccia, e strepita, e promette di tutto e di più, tutto sommato, un Gentiloni finisce per essere rassicurante.

Per tutti. Ma non, purtroppo, per Matteo Renzi.

Giuseppe Riccardo Festa

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