■Antonio Loiacono
Il Premio Sila ’49 ha assegnato i riconoscimenti della sua XIV edizione: Matteo Nucci vince la sezione Letteratura con il romanzo Platone: una storia d’amore; Tommaso Greco conquista la Saggistica “Marta Petrusewicz” con Critica della ragione bellica; Paolo Fresu riceve il Premio alla Carriera. Dal 5 al 7 giugno, tra Cosenza e Camigliatello Silano, il programma conclusivo riunirà filosofia, letteratura e musica attorno a un tema che attraversa l’intera edizione: il rapporto tra cultura e responsabilità pubblica.
C’è però una frase che sembra riassumere meglio di ogni altra il senso di questo percorso. «Se vuoi la pace, prepara la pace»: espressione attribuita a Giovanni XXIII, che secondo il cardinale Agostino Casaroli rispose proprio al motto latino «Si vis pacem, para bellum» (“Se vuoi la pace, prepara la guerra”), attribuito tradizionalmente a Vegezio, affermando: «Si vis pacem, para pacem»!
Una frase breve. Quasi disarmante nella sua semplicità.
Disarmante! Una parola che negli ultimi mesi ha assunto una risonanza particolare anche nel lessico pubblico europeo. Papa Leone XIV l’ha scelta fin dal primo giorno del suo pontificato, affacciandosi dalla Loggia delle Benedizioni di San Pietro e invocando «una pace disarmata e disarmante, umile e perseverante». Un’espressione destinata a fare il giro del mondo non soltanto per la sua forza evocativa, ma per il suo apparente paradosso: una pace che non si impone con la forza e che, proprio per questo, finisce per disarmare le coscienze prima ancora degli eserciti.
In fondo, il termine “disarmante” custodisce un’ambivalenza rara. Indica ciò che rinuncia alle armi, ma anche ciò che spiazza, che interrompe gli automatismi del pensiero, che costringe a guardare la realtà da un’altra prospettiva. È precisamente il movimento culturale che Tommaso Greco tenta di compiere nel suo Critica della ragione bellica. Non aggiungere una voce al coro delle contrapposizioni, ma mettere in discussione il presupposto che le rende possibili.
È il rovesciamento di un’antica massima che per secoli ha accompagnato la storia europea e che ancora oggi riaffiora, spesso senza essere nominata, nei discorsi pubblici, nelle strategie internazionali, persino nel linguaggio quotidiano della politica. Forse è proprio da qui che bisogna partire per comprendere il significato del riconoscimento assegnato a Tommaso Greco, vincitore della sezione Saggistica “Marta Petrusewicz” della XIV edizione del Premio Sila.
Calabrese di Caloveto, professore ordinario di Filosofia del diritto all’Università di Pisa, Greco arriva a questo riconoscimento con un libro che già dal titolo sembra voler aprire una discussione scomoda: Critica della ragione bellica (Laterza).
Le “immagini” diffuse dal Premio Sila insistono su un concetto preciso. Non la pace come approdo finale, fragile e continuamente minacciato dagli eventi, ma la pace come principio originario. Una differenza che può apparire teorica e che invece investe il modo stesso con cui le società contemporanee interpretano il potere, il diritto e la convivenza.
Nelle motivazioni rese pubbliche dalla giuria emerge chiaramente il nucleo dell’opera. Il libro, si legge, offre uno sguardo innovativo e insieme profondamente radicato nella tradizione filosofica occidentale. La pace non viene descritta come un obiettivo remoto, una meta da conquistare dopo l’ennesima escalation militare, ma come la condizione costitutiva delle relazioni umane e statali, il fondamento che dovrebbe orientare ogni costruzione giuridica e politica.
È una prospettiva che acquista un peso particolare nel clima internazionale che attraversiamo.
Da anni il lessico della guerra è tornato a occupare spazi sempre più ampi nel dibattito pubblico. Riarmo, deterrenza, sicurezza, equilibrio delle forze. Termini che si susseguono con tale frequenza da apparire naturali. Greco sceglie invece di interrogare proprio questa apparente normalità, mettendo sotto esame quella che definisce una vera e propria “ragione bellica”, una struttura culturale prima ancora che politica.
La giuria del Premio Sila individua qui il valore più originale del saggio: la capacità di decostruire quella retorica bellicista che torna a insinuarsi nel linguaggio delle istituzioni e dell’opinione pubblica. Non attraverso slogan o manifesti ideologici, ma tramite un percorso rigoroso che attraversa la filosofia del diritto, il pensiero politico e la tradizione occidentale, dialogando anche con il lascito di Kant e con la sua riflessione sulla pace perpetua.
Ma c’è un aspetto che negli ultimi giorni ha contribuito a rendere ancora più attuale il pensiero del filosofo calabrese.
Mentre l’Italia, oggi, celebra il 2 giugno, Greco rilancia una proposta che porta la riflessione dalla teoria alla dimensione simbolica della vita democratica. Insieme agli studiosi Luigino Bruni, Livia Cadei, Carlo Cefaloni ed Elena Granata, ha rivolto un appello alla Presidenza della Repubblica affinché si ripensi la forma stessa della Festa della Repubblica.
Non una polemica. Piuttosto una domanda.
Che cosa celebriamo davvero il 2 giugno?
Secondo Greco, il significato profondo di quella data non coincide con l’esibizione della forza dello Stato, ma con la scelta compiuta dagli italiani nel 1946 di affidare il proprio futuro alla Repubblica e alla democrazia dopo le devastazioni della guerra e del fascismo. Una scelta che, nella sua lettura, rappresenta anche il rifiuto della violenza come criterio ordinario di soluzione dei conflitti.
Per questo la proposta avanzata dagli studiosi appare, prima ancora che politica, culturale.
«Non c’è bisogno di sfilare in armi», sostiene Greco. Semmai di camminare insieme come cittadini, riconoscendo il contributo di quanti, in forme diverse, si prendono cura della cosa pubblica. L’idea è quella di una celebrazione capace di mettere al centro la comunità civile, il lavoro delle istituzioni democratiche, la responsabilità condivisa verso il bene comune e verso la pace.
Si può essere d’accordo oppure no. Ma il punto forse è un altro.
In un tempo nel quale la guerra torna a essere raccontata come inevitabile, e talvolta persino come necessaria, Greco prova a spostare l’attenzione sul terreno dei simboli. Perché anche i simboli educano. Raccontano una gerarchia di valori. Costruiscono immaginari collettivi destinati a sedimentarsi nel tempo.
La sua proposta, come egli stesso riconosce, è ancora all’inizio del proprio cammino. Nulla lascia immaginare cambiamenti immediati. Eppure il semplice fatto che una simile discussione sia stata aperta dice qualcosa del nostro presente.
In fondo Critica della ragione bellica ruota attorno alla stessa domanda che attraversa questa iniziativa pubblica: cosa accade a una società quando la guerra diventa il paradigma attraverso cui leggere il mondo?
È una domanda che percorre silenziosamente l’intera edizione 2026 del Premio Sila. Non soltanto perché la manifestazione ha scelto di dedicare attenzione ai popoli colpiti dai conflitti contemporanei, ma perché molti degli appuntamenti in programma sembrano convergere sul rapporto tra cultura, memoria e responsabilità civile.
Non sorprende allora che la sezione saggistica porti il nome di Marta Petrusewicz, la storica polacca che ha dedicato una parte significativa dei suoi studi al Mezzogiorno e alla Calabria. Una figura intellettuale che ha sempre guardato ai fenomeni storici nella loro complessità, diffidando delle spiegazioni semplici e delle certezze troppo comode.
Venerdì 5 giugno, alle 18.30, nella Villa Vecchia di Cosenza, Tommaso Greco dialogherà con lo storico Piero Bevilacqua e con il politologo Francesco Raniolo. Sarà una presentazione di libro, certo. Ma probabilmente anche qualcosa di più.
Perché alcune opere arrivano nel momento giusto non tanto per le risposte che offrono, quanto per le domande che costringono a formulare.
E oggi, mentre il mondo sembra tornare ad affidarsi al linguaggio delle armi e alla logica dei blocchi contrapposti, la scelta di riportare al centro il legame tra diritto, democrazia e pace assume il valore di una sfida culturale.
Una sfida che parte da un’idea apparentemente semplice.
Che la pace non sia il premio destinato ai vincitori della storia, ma il terreno sul quale la storia stessa dovrebbe essere costruita.
Views: 163

Lascia una risposta
Devi essere connesso per inviare un commento.