LA PACE COME SCELTA ORIGINARIA

Dal libro di Tommaso Greco alla lettera di Papa Leone: perché la guerra non è un destino, ma un’abitudine che possiamo disimparare

Tommaso Greco

Antonio Loiacono

C’è un equivoco persistente nel modo in cui parliamo della pace. La consideriamo una parentesi fragile tra due conflitti, come se la guerra fosse la lingua naturale della storia e la pace un’eccezione tollerata. Tommaso Greco ribalta questa narrazione e lo fa con un gesto controcorrente: rimette la pace all’inizio del discorso, non alla fine.

Nel suo ultimo libro, Critica della ragione bellica (Laterza, 2025), la pace non è un premio da conquistare dopo la distruzione, ma una condizione originaria dell’umano. Una postura, prima ancora che una strategia. Qualcosa che precede il diritto e lo rende possibile. Invisibile come l’aria, essenziale finché non manca.

Greco non scrive contro la guerra in senso militante. Scrive contro il racconto che la rende inevitabile. Contro quella voce autorevole — politica, mediatica, culturale — che ci ripete che “il mondo funziona così”, che la forza è l’unico linguaggio comprensibile e che il diritto, senza armi, è un’illusione.

La guerra, suggerisce, è prima di tutto un’abitudine mentale. Una scorciatoia cognitiva che promette ordine, confini chiari, ruoli definiti. La pace, al contrario, è lenta, complessa, faticosa. Richiede fiducia. E la fiducia è il muscolo meno allenato delle nostre società.

Da qui una delle tesi più scomode del libro: il diritto nasce dalla fiducia, non dalla sanzione. Non è la paura della punizione a tenere insieme le comunità, ma una rete invisibile di aspettative e riconoscimenti reciproci. Quando questa rete si lacera, arriva la forza. Ma la forza non fonda: occupa, impone, silenzia.

Il pacifismo giuridico — da Kant a Bobbio — non è un’utopia disincarnata, ma una tecnologia della convivenza. Non nega i conflitti. Sostiene che possano essere governati senza trasformarsi in sterminio. Un’idea oggi controcorrente, in un tempo in cui la guerra è diventata flusso mediatico continuo, mentre la pace resta fuori campo, priva di immagini e di audience.

La pace, per Greco, non è solo un diritto. È un dovere. Dei governi, certo, ma anche dei cittadini. Perché la guerra non nasce solo nelle cancellerie: nasce nella rassegnazione quotidiana, nel cinismo normalizzato, nell’idea che “tanto non dipende da noi”.

Un pensiero che trova un riscontro significativo anche nell’attualità. Venerdì prossimo, 18 dicembre, Greco — professore di Filosofia del diritto all’Università di Pisa, dove dirige il Centro Interdisciplinare di Bioetica — parteciperà in Vaticano alla conferenza stampa di presentazione della lettera di Papa Leone per la Giornata mondiale della pace, che si celebrerà il 1° gennaio 2026.

Non una presenza formale, ma una convergenza evidente tra riflessione laica e parola pubblica. La stessa fiducia che Greco indaga sul piano teorico e promuove attraverso il Piccolo Festival della fiducia di Pisa, diventa qui asse di un discorso più ampio che attraversa diritto, politica e responsabilità collettiva.

Critica della ragione bellica non è un libro che consola. È un libro che espone. Ricorda che la pace non è un evento storico, ma una pratica quotidiana. Non un’utopia, ma una scelta che precede le istituzioni e interroga le coscienze.

In un tempo che venera la forza, Greco compie un gesto radicale: restituisce dignità al diritto e alla pace il suo significato più autentico.

Non come fine del conflitto.

Ma come inizio possibile del mondo!

 

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