di Marco Toccafondi Barni
– Un impero risponde unicamente alla Storia. La Chiesa cattolica non fa certamente eccezione e la scelta del primo Papa statunitense è il frutto di menti raffinatissime all’ interno del Conclave. Invero mai così lucide, ovvio per chi riesce a leggerle, tanto da far pensare più alla strategia e alla geopolitica che allo Spirito Santo.
– LA SCELTA OCCIDENTALE E ANTI MAGA – Prevost, un americano a Roma, infatti è l’opzione più intelligente (l’altra era Blase Cupich) che la Chiesa potesse fare in questo periodo storico, tuttavia non è sicuramente il proseguimento della rivoluzione iniziata da Francesco 12 anni fa. E’ anzi un passo indietro, anche se non troppo marcato, calibrato alla perfezione direi. In che senso ? La Chiesa cattolica è una istituzione millenaria e di millenni ne avrà ancora molti davanti a differenza dei contemporanei, di conseguenza dice a se stessa e al mondo che c’è bisogno di una pausa e non di compiere quel balzo in avanti verso un allontanamento marcato dall’ egemone e dal cosiddetto “Occidente” che perseguiva Francesco. Lo fa nella maniera senz’altro più intelligente e allo stesso tempo prudente: eleggendo proprio un pontefice statunitense non trumpiano, di più, nato addirittura in quel Mid West (Illinois) tanto decisivo per le sorti degli Stati Uniti e del mondo. Robert Prevost rappresenta anche la cautela verso la Chiesa di Francesco, della serie: Occidente ancora sì oppure no ? Ha vinto il sì, per adesso. Eppure il popolo Maga si spacca, cartina di tornasole di un’ intelligenza millenaria seppure non divina.
UN ANTI TRUMP, MA SOLO PER E NEGLI USA – E’ la geopolitica che guida il Conclave, infatti, non lo Spirito Santo e non è mai stato evidente come con la scelta di Prevost. La Chiesa nei fatti ha momentaneamente accantonato l’idea rivoluzionaria di Papa Francesco, cioè staccare la Chiesa cattolica dagli Stati Uniti, in quanto istituzione universalistica, per avvicinarla nuovamente agli Usa con un Papa dell’ Illinois: Leone XIV. Tuttavia le emozioni saranno poche a giro per il mondo e questo perché si tratta soprattutto di una partita tutta interna agli States e alle Americhe, da un lato la Chiesa ha inteso eleggere una sorta di vero e proprio argine a Trump e al trumpismo, ma dall’altro vuole anche giocare la partita di gran lunga più importante e sentita: fermare l’esodo di fedeli che da tutto il Sudamerica (attenzione, tranne in Messico) da anni passano dal cattolicesimo alle troppe religioni protestanti made in Usa. Questa è la vera posta in gioco e non a caso la base del popolo MAGA si è subito spaccata in due, decisamente da affrontare con a capo un anti trump del Mid West. Ormai il dissanguamento dei fedeli in giganti del cattolicesimo come Brasile e Argentina non poteva più essere rimandata e allora si è eletto un Papa statunitense per provare ad evitare ulteriori sconfitte. Va da sé, quella di provare a fermare la penetrazione strategica degli Stati Uniti nel cortile di casa utilizzando le religioni protestanti, per quanto sia importante per la sopravvivenza del cattolicesimo stesso, non è una battaglia che scalda il cuore del mondo, non è né potrà mai essere universale ma solo di retroguardia. Per questo ritengo che, pur intelligentissima e logica, questo tipo di missione non emozionerà i cuori dei fedeli o dei non fedeli come il balzo in avanti di Francesco che, invece, mirava a staccare la Chiesa dagli Stati Uniti e dall’ Occidente per donarla all’ umanità.
POCA IMPORTANZA AL NOME, MOLTA AD USI E COSTUMI – Un’ altra sciocchezza tutta mediatica è
quella di dare un’ enorme importanza al nome che il nuovo Pontefice sceglie. In realtà si parla di Papi talmente lontani nel tempo e nella storia (nel caso di Bergoglio non c’era neppure mai stato un Francesco, infatti egli non si chiamò Francesco I) che dal nome raramente si intuisce l’azione del nuovo Papa. Più importanti restano i simboli, i riti dei quali la Chiesa vive e i costumi: Leone XIV è uscito su piazza San Pietro di rosso vestito, si è udito il latino e appunto non si è chiamato Francesco I. Ciò sta a significare non una vera rottura, ma ripeto il passo indietro evidente rispetto alla Chiesa di Francesco. Questo non perché Robert Prevost sarà un Papa reazionario o tradizionalista, non lo credo, ma perché c’è una pausa (in una storia millenaria, non va mai dimenticato) verso quella visione universalistica che vedeva un visionario come Papa Francesco. Evidentemente i cardinali, chiusi nel Conclave, hanno pensato bene che era il momento di una ritirata strategica, una mossa tattica in questi tempi difficili per conseguire una strategia in un futuro ancora incerto e da decifrare. Quello che è certo, in ogni caso, è che la scelta è comunque di retroguardia e concerne soprattutto un ambito domestico, quello Usa e un’ aspra lotta tra le religioni protestanti, che vedono in Trump e nella penetrazione nel cosiddetto “cortile di casa” sudamericano un faro luminoso da seguire. La Chiesa di Leone XIV si opporrà a tutto questo, ma sono questioni che riguardano i ricchi e potenti del mondo, non certamente gli ultimi come vorrebbe invece una Chiesa universalistica e di tutti, soprattutto gli ultimi della terra. Con Prevost pontefice si torna all’ “Ovile occidentale” per il momento e le partite si giocano soprattutto tra le stelle e le strisce, non certo altrove e in tutto il mondo.
Chissà, forse oggi saranno contenti coloro che al solito guardarono spesso al dito di Francesco che non intendeva, ovviamente, benedire un cane perché pensava soprattutto agli uomini e le donne di tutta la terra. Non solo quella americana.
Views: 94

Lascia una risposta
Devi essere connesso per inviare un commento.