Santa Claretta Petacci?

Un coro unanime di critiche ha accolto la battuta, oggettivamente infelice, con la quale Gene Gnocchi ha suggerito di attribuire il nome di Claretta Petacci al maiale romano fotografato e poi postato con indignazione su Facebook dalla pasionaria della destra nazionale, Giorgia Meloni. Particolarmente infuriati si sono mostrati i militanti di Forza Nuova, e la stessa Meloni, che hanno gridato allo scandalo, invitando a reagire – i primi anche con la violenza – alle parole blasfeme di Gnocchi.

Mi sia consentito rilevare che nelle voci del coro non mancano le stecche.

Claretta (quella vera, non il suino), hanno detto in tanti, era colpevole solo di amare, e fu indegno il modo in cui il suo cadavere, insieme a quello del suo amante Mussolini e di altri gerarchi fascisti fu appeso a testa in giù a Piazzale Loreto, a Milano, dopo la fucilazione a Dongo.

Sono d’accordo sulla seconda parte di questa narrazione: il vilipendio dei cadaveri fu una cosa ripugnante, a maggior ragione in quanto quasi sicuramente moltissimi, tra la folla esultante per la loro morte, fino a poche settimane prima avevano gridato tutti giulivi “Duce! Duce!” Ma, abitudine diffusa in Italia, dove ognuno della Storia ricorda solo le parti che gli fanno comodo,  in questa ricostruzione ci sono troppe amnesie e omissioni.

Nessuno ricorda che Mussolini era (mi si perdoni il francesismo) un puttaniere inveterato e che pur predicando – proprio come i suoi smemorati emuli di oggi – i sacri valori della famiglia e del focolare domestico, aveva fatto internare in manicomio la prima moglie, disconosciuto il figlio che lei gli aveva dato, e coperto di corna la fronte di Rachele, la seconda moglie, che esasperata, un giorno, riferendosi proprio alla sua relazione con la Petacci gli gridò profetica: “Finirete a Piazzale Loreto!” E perché quel grido? Perché pochi giorni prima i repubblichini avevano fatto giustizia sommaria a Milano, proprio a Piazzale Loreto, di un gruppo di partigiani. Rachele, gelosa, preconizzò per il marito e l’amante quella stessa fine.

Sia ben chiaro: quell’esibizione dei cadaveri fu un gesto disumano e incivile, ma il gesto non nacque dal nulla. Allo stesso modo, le incivili e disumane esecuzioni di massa perpetrate dai titini, che tanti italiani fucilarono e gettarono nelle foibe, furono una reazione alle precedenti retate ed esecuzioni di massa che le forze d’occupazione italiane e tedesche avevano perpetrato in Jugoslavia: le stragi di innocenti bisogna condannarle tutte, non solo quelle che toccano noi.

Tornando al punto, l’idea che Claretta abbia “soltanto amato”, e di quel suo amore sia stata vittima innocente, è pure discutibile: la sua famiglia ebbe vantaggi enormi, di ogni genere, dalla relazione che ella ebbe con Mussolini, e fu lei stessa a sollecitare quei vantaggi dal duce. Nei suoi diari, Galeazzo Ciano parla con un certo disprezzo del “clan Petacci”.

Lungi da me l’idea di fare il moralista. Al contrario, è proprio ai moralisti di Forza Nuova e di Fratelli d’Italia che mi permetto di chiedere un pizzico di coerenza. Non si può venerare (come in effetti essi venerano) la memoria di Rachele Mussolini, moglie ultracornificata del loro duce, e allo stesso tempo pretendere rispetto per la memoria dell’amante tanto appassionata quanto intrigante di quello stesso duce, che con lui stava cercando di svignarsela in Svizzera. Già, proprio con quel duce che sui muri di mezza Italia, accanto al suo inconfondibile profilo mascelluto, aveva fatto stampare, fra le altre, la lapidaria frase “Se avanzo seguitemi, se indietreggio uccidetemi”.

Ma l’incoerenza è un male atavico degli italiani: dunque non mi sorprende neppure che la signora Meloni (che ha chiesto a Laura Boldrini di esprimersi sulla “bestemmia” di Gnocchi), come noto fra i difensori più accesi dei valori cristiani della famiglia, sia allo stesso tempo madre nubile di una bambina: forse i miei ventiquattro lettori ricordano che, inconsapevole di essere un ossimoro vivente, diede l’annuncio della gravidanza proprio durante un “family day”.

Da sempre, fra le Italiche sponde, il motto dei personaggi pubblici è “fate come dico, non fate come faccio”.

Giuseppe Riccardo Festa

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