Dunque non è servito a niente.
Inutilmente due vice presidenti del Consiglio e il presidente del Senato, in occasione della ricorrenza del 4 luglio, sono andati col cappello in mano ad omaggiare l’ambasciatore, ripetendo con umile e dimesso entusiasmo che l’amicizia fra l’Italia e gli USA è inattaccabile, con tanto di parole imbarazzanti di Salvini (“Sento il profumo degli hamburger e perciò, per la gioia di tutti, accorcio il mio discorso”: la politica di Salvini, è notorio, consiste in un continuo mangiare che in larga misura, ma non esclusivamente, è in senso alimentare).
Inutilmente il governo gratta, raschia e scruta fra le pieghe di un bilancio statale disastrato per cercare i miliardi necessari per accontentare le richieste americane di un pesante aumento delle spese per la difesa, anche a costo di togliere fondi a salute, trasporti, scuola e servizi vari; richieste il cui scopo, peraltro, è di far ingrassare con corpose commesse europee l’industria americana degli armamenti.
Inutilmente il servile segretario generale della NATO, l’olandese Mark Rutte (solo Gianni Infantino, credo, sa mostrarsi più servile di lui nei confronti di Trump), ha sputtanato le orgogliose affermazioni del nostro governo circa l’uso delle basi italiane da parte dei bombardieri USA: nonostante i più di 500 voli che da quelle basi – alla faccia della Costituzione, del Presidente della Repubblica e del Parlamento – col placet di Hulk Crosetto e della presidente del Consiglio sono partiti verso l’Iran, secondo il presidente degli Stati Uniti l’Italia non ha offerto alla sua guerra l’assistenza e il supporto attesi.
Alla vigilia del summit NATO di Ankara, perciò, Donald Trump ha confermato tutta la sua avversione nei confronti di Giorgia Meloni e le ha lanciato forte e chiaro il suo messaggio: non ti voglio nemmeno vedere. Ti considero una stalker, un’importuna, una cheerleader da strapazzo, “non ti voglio come fan”.
Sarà dura, per Giorgia Meloni, trovare la faccia giusta da esporre ad Ankara, dopo quella adorante del summit precedente che tanto le è costata. Sarà dura far finta di nulla incrociando gli sguardi – di umana pietà? Di comprensione? Di carità pelosa? Di imbarazzato fingere di nulla? – che riceverà dagli altri capi di Stato e di governo presenti. La nostra presidente del Consiglio è diventata, per Trump, il simbolo dell’Europa ingrata, il punching-ball su cui riversare tutto il suo astio da parte di un uomo che accetta alla sua corte – a parte i predicatori evangelici nazi(onal)cristiani e i vari sicofanti di cui ama circondarsi – solo gente come i già citati Rutte e Infantino, pronti a esaudire ogni suo capriccio e a dargli ragione a prescindere.
Giorgia Meloni, duole doverlo ricordare, si è comportata un po’ (un po’ tanto) come Rutte e Infantino fino al giorno fatale in cui si è vista costretta a difendere il papa attualmente regnante dagli insulti di Trump e poi a (fare finta di?) negare l’uso delle basi NATO italiane per sostenere l’aggressione all’Iran, e solo dopo la reazione rabbiosa di Trump si è scoperta pronta (o vista costretta) ad ergersi a difesa del patrio orgoglio, oltre che del suo.
Ma niente paura, Signora Meloni: vedrà che, paradossalmente, le intemerate del suo ex amico le gioveranno perché a parte lei, Salvini, Tajani e la stampa di destra (prima del fattaccio), Trump non pesava solo sugli zebedei dell’elettorato di opposizione: era detestato anche dagli elettori di destra. Ragion per cui ora che lei della volgare e inqualificabile aggressività di Trump è diventata vittima, le sue azioni presso l’elettorato subiranno una significativa rivalutazione. Il che, sommato all’avvilente inconsistenza delle opposizioni, le procurerà probabilmente il successo alle prossime elezioni politiche, anche senza il supporto del nuovo partito, un partito che, ideologicamente alla sua destra (cosa che si sarebbe detta impossibile), guarda al passato – a quel passato – ma si fa chiamare “Futuro Nazionale” e guadagna consensi entusiasti soprattutto fra quegli italiani che (dopo aver cacciato gli immigrati – tutti gli immigrati) vorrebbe mandare a lavorare già a 14 anni d’età nei campi e nei cantieri edili, assicurandosi intanto che le donne stiano a casa a fare gli angeli del focolare.
Tutto questo per chi, come me, verso Trump ha provato fin da subito una viscerale avversione, verso la politica che Meloni pratica una totale opposizione, e nei confronti di Futuro Nazionale prova pura e semplice ripugnanza, è un ulteriore motivo di scoramento, oltre che causa di manzoniane riflessioni sulle imperscrutabili e incomprensibili vie di quel guazzabuglio del cuore umano.
Giuseppe Riccardo Festa
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