RIACE NON È UN SOGNO: A SCALA COELI LA PIAZZA ASCOLTA LUCANO E IL RACCONTO DI UN SUD CHE RESISTE

Proiezione del cortometraggio di Wim Wenders, testimonianze e politica in un incontro che ha unito memoria, accoglienza e speranza

Scala Colei - da sin.: Mimmo Lucano, Pasquale Tridico e Vittoria Baldino

Antonio Loiacono

La piazza è piena, l’aria d’agosto porta con sé il profumo di mare e di attesa. Sul palco, le luci si accendono mentre il brusio si placa: “Signore e signori, benvenuti e grazie per essere qui questa sera”. È l’inizio di un evento che unisce cinema e impegno civile. La proiezione di Il Volo, cortometraggio-documentario girato tra Badolato e Riace nel 2010 dal regista tedesco Wim Wenders, apre la discussione su accoglienza, identità e futuro.

Sul palco, tre volti noti della politica e del sociale: Pasquale Tridico, europarlamentare M5S e promotore della serata, la deputata Vittoria Baldino e Mimmo Lucano, ex sindaco di Riace ed europarlamentare AVS. Un parterre che richiama il cuore del dibattito nazionale sul tema migratorio: tra chi vede nell’accoglienza una risorsa e chi continua a trattarla come un problema da respingere.

Nel film, il punto di vista è quello di un bambino calabrese che si chiede, con disarmante semplicità: “Perché sono arrivati? Cosa cercano?”. Non ci sono statistiche, non ci sono polemiche, ma una Calabria luminosa e accogliente, simbolo di un’Europa capace di includere. Un messaggio che, nel clima politico attuale, suona come un invito a volare oltre confini e paure, e a rimettere al centro la dignità di ogni essere umano.

Il fulcro dell’incontro è stato il dialogo con Mimmo Lucano, introdotto da una frase programmatica: “Riace non è un sogno. È stato reale.” L’ex sindaco ha ripercorso le origini del modello Riace, nato spontaneamente dall’arrivo di migranti e dalla rigenerazione di un borgo destinato allo spopolamento. Case abbandonate, botteghe riaperte, artigianato riscoperto: un’economia della solidarietà che ha unito dignità e sviluppo locale.

Il dibattito ha toccato anche i momenti più controversi della vicenda di Lucano: il clamore internazionale, il Premio Unesco, le accuse e il processo che lo hanno colpito, fino al sostegno della gente comune. Un passaggio centrale è stato il tema della “disobbedienza civile” come scelta etica quando la legge appare ingiusta, con richiami a Capitini, Don Milani e Gino Strada.

Vittoria Baldino ha portato la prospettiva di una nuova generazione politica, difendendo una “legalità dei diritti” e un impegno concreto per le comunità del Sud. Tridico, invece, ha analizzato le ricadute economiche dell’inclusione e il valore delle politiche pubbliche che investono sul capitale umano e sulla coesione sociale.

La conclusione è stata affidata a Lucano, che ha lanciato un invito alla speranza: “Non smettete di crederci. L’accoglienza non è solo un atto di generosità, è resistenza culturale.”

Durante la serata, inevitabile è stato il riferimento alle dimissioni del presidente della Regione Calabria, Roberto Occhiuto, indagato per corruzione. Un terremoto politico che ha aperto la strada a elezioni anticipate, probabilmente già tra settembre e ottobre.

Nel campo progressista, si è accennato alla possibilità che proprio Tridico, Baldino e Lucano possano essere candidati alla presidenza della Regione:

Tridico ha espresso riserva sulla candidatura, sottolineando il suo impegno a Bruxelles, ma ha lasciato intendere che il Movimento 5 Stelle ha molte frecce nella sua faretra.

Lucano, dichiarando di sentirsi frenato dai noti problemi giudiziari, non ha lasciato aperto alcuno spiraglio pur essendo sostenuto da AVS come figura simbolica e autorevole.

Baldino, giovane e radicata sul territorio, potrebbe rappresentare una svolta generazionale, in linea con il messaggio della serata: un Sud che resiste, che accoglie, che non si arrende.

La serata, seguita da un ampio pubblico e da un dibattito vivace, non si è però conclusa sotto il segno dell’unanimità. Già il giorno dopo, sui social e nei bar del paese, sono arrivati commenti e critiche, talvolta aspre. Il dissenso, quando è argomentato, arricchisce la democrazia; ma quando scivola negli insulti personali, nel linguaggio che disumanizza e riduce l’altro a un “nemico”, allora si abbandona il confronto per entrare nel terreno dell’intolleranza.

Un fenomeno che ha radici antiche: ieri erano i meridionali emigrati al Nord o gli italiani in Svizzera, Germania o America: oggi sono i migranti salvati dal Mediterraneo. Il Modello Riace, al centro dell’incontro, rappresenta una risposta concreta a questo pregiudizio: integrare, ridare vita ai borghi, trasformare la presenza di chi arriva in una risorsa per tutti.

Il messaggio della serata è chiaro: l’umanità non si misura a colpi di slogan, ma nel modo in cui trattiamo chi è più fragile. E se condividere la strada con chi ha attraversato il mare vi scandalizza più della sua possibile morte in acqua, allora il problema non è l’immigrazione: è la coscienza collettiva.

Perché, in fondo, c’è un’unica domanda che conta davvero — la stessa del bambino di Wenders — e che nessun pregiudizio potrà mai cancellare: “Cosa cercano?” La risposta, se la vogliamo, la possiamo trovare solo guardandoli negli occhi.

 

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